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euro draghiRoma, 22 gen – “L’euro è irreversibile, l’uscita non è prevista dai trattati”: così si esprimeva, nel maggio 2015, Mario Draghi. Erano passati tre anni dal famoso discorso del “whatever it takes”, con il presidente della Bce che si dichiarava disposto a tutto pur di salvare la moneta unica. A poco più di due anni e mezzo dalla dichiarazione di ineluttabilità dell’unione monetaria – mentre la crescita non si vede se non per la Germania, l’inflazione è rimasta al palo, idem l’occupazione – le cose sembrano però essere cambiate.

Forza del palese fallimento dell’esperimento euro? Fatto sta che Draghi ha aperto una prima crepa alla supposta solidità dell’impalcatura comunitaria. “Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, dovrà prima saldare in toto i propri conti“, ha spiegato il capo della Banca centrale europea in quella che è ad oggi il suo primo ed unico accenno alla possibilità che un paese membro abbandoni l’euro. Il riferimento di Draghi, quando parla di “saldare i conti”, è ai forti squilibri che si sono venuti a creare negli anni, specialmente per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti (monitorata dall’indice Target2) fra paesi dell’Europa centrale ed economie periferiche. Il 2011/2012 fu, per l’Italia, la rappresentazione plastica di cosa significhi ciò: oltre 260 miliardi di saldo negativo che portarono al governo tecnico e all’austerità, con il risultato -ottenuto a costo della distruzione della domanda interna – di recuperare una manciata di miliardi nei due anni successivi. Dal 2014 in poi, tuttavia, il saldo ha continuato a crescere, fino ai quasi 360 miliardi di euro di passivo a fine 2016.

E’ questa la misura del conto che ci aspetta qualora dovessimo lasciare l’euro. Cifra che spaventa? Non più di tanto gli italiani, sono semmai i creditori a doversi preoccupare. Perché questi miliardi sono debiti e vanno in qualche modo onorati, ma in che moneta? In caso di uscita dall’euro, i titoli di debito emessi in Italia (la quasi totalità, avvicinandosi al 100%) sono per diritto emessi sotto legislazione italiana, per cui il saldo dovrà avvenire nella moneta avente corso legale nel territorio. In altre parole: se l’Italia domani esce dall’euro e ritorna alla lira, dopodomani il tedesco vedrà il proprio credito semplicemente trasformato in lire. Cambia qualcosa? Per il debitore quasi nulla, per la controparte invece sì, dato che verosimilmente la nuova moneta andrà a svalutarsi di almeno il 20/30%. E di pari valore anche il suo credito.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Magheggi dirigenziali.
    Sembra d’essere nei sottopassi di Napoli, quelli dove abili malandrini ti incantano col gioco delle tre carte. I soldi che perdi, però, sono soldi VERI, quelli guadagnati lavorando. A differenza della carta straccia che circola negli ambienti della finanza e che si usa per pretendere di trasformare in schiavi la gente comune. Con grande successo, occorre dire.

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