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Haruhiko Kuroda, governatore della banca centrale giapponese

Tokyo, 03 feb – La Banca centrale del Giappone (BoJ) ha tagliato in questi giorni il tasso d’interesse sul denaro depositato presso la stessa banca fino a valori negativi: da +0,1% a -0,1%, una misura esattamente opposta a quella adottata dalla Federal Reserve (Fed) americana lo scorso dicembre, quando i tassi furono alzati dello 0,25%. Per tentare di capirne di più, può essere utile osservare prima di tutto la ragione della recente operazione della Fed, quindi le reazioni dei mercati. In quanto alle ragioni della Fed, queste possono essere ricondotte sostanzialmente a due:

  • L’economia Usa va bene e la Fed intendeva prevenirne il surriscaldamento e l’allocazione inefficiente dei prestiti (capitali), oppure.
  • Una ragione difensiva: l’economia Usa è fuori controllo, gli investitori stavano abbandonando la nave che affonda e il rialzo dei tassi intendeva bloccarne o rallentarne la fuga grazie alla maggiore redditività degli investimenti, passando per il sostengo al valore della moneta (dollaro).

A giudicare dalla reazione dei mercati – incremento del ritiro degli investimenti dagli Stati Uniti – la seconda ragione doveva essere quella corretta: gli investitori hanno probabilmente annusato il sangue della bestia ferita e l’effetto della misura della Fed non solo è stato vanificato ma ha sortito l’esito opposto, manifestato tra l’altro nel crash dei mercati azionari. Inoltre, il valore del dollaro rispetto allo yen giapponese aveva iniziato a declinare in conseguenza della fuga degli investitori giapponesi, spaventati dall’aumento del costo del denaro non accompagnato da una crescita economica. Esattamente la previsione dell’economista Gail Tverberg, formulata in esclusiva a questo giornale pochi mesi fa.

Veniamo al punto, quindi: perché la BoJ ha abbassato i tassi in territorio negativo? L’argomentazione del debito pubblico giapponese, che è elevato, non regge in quanto il surplus complessivo della nazione è decisamente positivo, essendo lo stesso debito detenuto in gran parte dagli stessi cittadini, la cui grande massa di risparmi costituisce un solido presidio a difesa delle sorti del paese. Inoltre, invertire la rotta dell’apprezzamento dello yen sul dollaro, in astratto, dovrebbe favorire le esportazioni giapponesi verso gli Usa, quindi tutto bene? Non proprio perché, in considerazione del debito-monstre degli Stati Uniti (prossimo a 20 trilioni di dollari) e delle sofferenze scoperte per altri 200 trilioni, a fronte della vendita di beni reali (merci) dal Giappone agli Usa, il ritorno si riduce a pezzi di carta (dollari o titoli del tesoro americano) sostanzialmente privi di valore – carta straccia, appunto, tenuta in piedi dal traballante dominio militare globale dell’impero di Washington.

Infatti, il deficit commerciale degli Usa rispetto al Giappone è cresciuto in modo inarrestabile negli ultimi anni, in particolare se misurato in yen, valuta che si è continuamente deprezzata rispetto al dollaro: dai 300 miliardi di yen del 2009 ai 700 di oggi: l’industria nipponica sta cedendo una larga parte della propria produzione ai consumatori americani in cambio di quantità sempre maggiori di debito statunitense, alimentando di fatto l’imperialismo dei dominatori d’oltreoceano e legandosi mani e piedi al loro destino. Mentre la sempre più anziana popolazione giapponese viene forzata proprio dai tassi negativi a investire i propri risparmi nei corsi azionari o in altri asset rischiosi, erodendo proprio quel presidio a difesa dell’economia nazionale di cui si è scritto sopra.

La banca centrale giapponese ha non solo tradito il proprio popolo per obbedire al diktat americano, probabilmente esplicitato in modo molto diretto nel corso dei colloqui bilaterali segreti del recente vertice economico mondiale di Davos, ma sta consentendo agli occupatori di decine di basi militari sul suolo del Sol Levante di far fronte alle crescenti spese militari proprio sullo scacchiere asiatico e in particolare del Mar Giallo, favorendo oggettivamente la prospettiva di uno scontro diretto con la Cina. Per di più, si tratta comunque di una mossa disperata, sebbene lo stesso governatore della BoJ, Haruhiko Kuroda, abbia proprio in queste ore ventilato la possibilità di ulteriori riduzioni dei tassi ufficiali d’interesse. Quando le armi in mano alla banca centrale saranno finite, è probabile che lo yen riprenda comunque il proprio corso rialzista e solo allora gli americani si troveranno davvero in grave difficoltà. Tutto questo, per concludere, è utile anche per leggere le prossime mosse europee e in particolare della banca centrale presieduta da Mario Draghi, dal momento che la stessa Europa si trova in una situazione non troppo dissimile da quella giapponese sia sul versante economico sia da quello della sudditanza agli interessi di Washington.

Francesco Meneguzzo

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