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aumento capitale MpdSiena, 7 mag – Il destino di Mps è sempre più appeso ad un filo. Per la Banca Centrale Europea l’iniezione di soldi pubblici, paria 6,6 miliardi, potrebbe non essere sufficiente. Facciamo un piccolo passo indietro. Lo scorso dicembre l’aumento di capitale per salvare l’antico istituto di credito non va in porto e il governo cerca di correre ai ripari approvando il decreto salva-Mps. In virtù di quest’ultimo, l’ammontare necessario per la ricapitalizzazione complessiva dell’istituto senese era stato calcolato a 8,8 miliardi: di cui, per l’appunto, 6,6 miliardi sotto forma di aiuti di Stato, e 2,2 miliardi da reperire con la conversione di obbligazioni subordinate in azioni da parte degli investitori istituzionali. Dopo quattro mesi la situazione è ancora in alto mare.



Osserviamo per esempio i risultati del primo trimestre dell’anno. I ricavi sono diminuiti del 21,3% a 933 milioni, il margine d’interesse è sceso del 16,6% rispetto al primo trimestre 2016 (-9% su fine dicembre 2016), le commissioni nette sono calate del 6,7% (-2,4% rispetto a dicembre 2016), il risultato netto da “negoziazione/valutazione di attività finanziarie” si è attestato a venticinque milioni, “in forte calo rispetto al primo trimestre 2016”: così scrive la banca, evitando di significare l’entità della variazione. Gli impieghi verso clientela sono scesi del 9,8% rispetto al primo trimestre 2016 e del 4% rispetto allo scorso trimestre, mentre la raccolta diretta si è leggermente ripresa dal picco negativo di dicembre (+4,6%) ma risulta in calo di circa il 10% rispetto al primo trimestre 2016. Pesante anche il calo della raccolta indiretta che si è fermata a novantasette miliardi di euro, otto miliardi in meno rispetto al marzo 2016 e 1,2 miliardi in meno rispetto a dicembre anche a causa dei “flussi netti negativi della clientela commerciale”. In pratica, Mps non riesce più a stare in piedi da sola.

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Questo già lo avevano compreso gli avvoltoi di Francoforte. A febbraio uno studio della Bce ha rivisto al ribasso la valutazione dei crediti deteriorati, i livelli di copertura e i livelli di classificazione del credito. Mps deve tenersi in pancia i crediti marci. In caso di cessione il mercato paga, nella migliore delle ipotesi, il 20% quindi meno della metà di quello che li valutano a Siena.

Per uscire da questa trappola serviranno un aumento di capitale ancora più corposo del previsto (a carico dello stato) e un taglio molto più sostanzioso sui costi (riduzione del personale). Queste soluzioni, però, comportano una grave ricaduta sulla collettività. L’Inps dovrà farsi carico dei prepensionamenti. Purtroppo, neanche i correntisti verranno risparmiati. Infatti, ciò che è avvenuto per il salvataggio delle quattro popolari (Banca Marche, CariFerrara, CariChieti e Banca Etruria) con il bail-in potrebbe ripetersi.  Quest’anno gran parte degli istituti di credito italiani hanno messo in atto una manovra che ha scaricato sui correntisti gli effetti del salvataggio delle quattro popolari. Così i correntisti del Banco Popolare si sono visti addebitare una tantum di 25 euro, mentre Unicredit ha introdotto un canone mensile di 5,7 e 12 euro in più sul conto Mygenius, il conto base offerto dall’istituto di Piazza Gae Aulenti. Alla lista si aggiunge Ubi banca, che ha proposto ai correntisti un aumento del costo di gestione del conto corrente da 40 a 64 euro. Le banche li hanno giustificati come parziale recupero dei contributi versati al Fondo Nazionale di risoluzione, il fondo che ha provveduto al salvataggio di quattro banche regionali fallite.

Salvatore Recupero

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