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crediti deteriorari nplRoma, 28 mag – Gli npl sono il punto debole delle banche italiane. I nostri istituti di credito, come noto, siedono su una montagna di duecento miliardi di sofferenze. Si tratta, in pratica, di crediti per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza che per ammontare dell’esposizione. I non performing loans (prestiti non performanti) sono attività che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori.  Nel linguaggio bancario, gli npl sono chiamati anche crediti deteriorati e si distinguono in varie categorie fra le quali le più importanti sono gli incagli e le sofferenze. In pratica si tratta di soldi che le banche hanno prestato e che potrebbero non aver indietro.

In fondo è fisiologico che, dopo un periodo di crisi, imprese e famiglie non riescano a saldare i loro debiti. Negli ultimi anni, però, la situazione è diventata ingestibile. Per dare qualche cifra, la zavorra che pesa sul nostro sistema creditizio è passata dai 60 miliardi del 2009 ai circa 202 miliardi di euro in valore lordo registrati da Banca d’Italia a marzo 2017.

Nell’intera Unione europea le sofferenze lorde ammontano a oltre 1.000 miliardi. In valori assoluti dopo l’Italia si collocano Francia (poco meno di 150 miliardi) e Spagna (140 miliardi). Il dato più preoccupante è però il rapporto tra il totale dei prestiti in essere e i crediti malati che in Italia si colloca intorno al 14% a fronte di un valore medio europeo di circa il 5%. Soltanto Portogallo e soprattutto Grecia presentano un rapporto peggiore rispetto al nostro. Inoltre, secondo il centro studi di Mediobanca, ci sono 114 banche italiane, per lo più di piccole dimensioni, in cui il valore dei crediti deteriorati supera quello del patrimonio. Questi dati hanno avuto un impatto pesantissimo sulla nostra economia. Secondo il centro studi di Unimpresa, negli ultimi otto anni, i finanziamenti bancari alle imprese sono crollati di quasi 80 miliardi di euro. Tutto ciò è avvenuto nonostante i 123 miliardi di liquidità gentilmente concessi dalla Banca centrale europea. Ora, però al danno della stretta creditizia potrebbe aggiungersi la beffa della svendita degli npl.

Le banche, infatti, hanno la possibilità di vendere questi crediti a fondi e società specializzati nella loro gestione.  Ad approfittare di questa situazione sono soprattutto investitori stranieri. A dircelo sono Emanuele Maria Carluccio, docente di economia degli intermediari finanziari all’Università di Verona e Valter Conca, professore di management alla Bocconi, nel libro: “Il mercato degli Npl, tra domanda e offerta”. Rimane, però, un dubbio: perché questi investitori vogliono comprare crediti deteriorati? Chi spenderebbe un centesimo per avere una cambiale? La risposta è semplice: comprano a poco, ristrutturano, rivendono a un prezzo più alto, ottenendo un margine. Infatti, attualmente queste operazioni avvengono a prezzi molto bassi, tra il 5 e il 18% del valore nominale. Ad esempio, un credito che originariamente valeva un milione di euro viene venduto a valori che oscillano tra i 50 e i 150mila euro a seconda della garanzia che accompagna il prestito ceduto. Praticamente un regalo. Un mercato che è destinato a crescere dato che le banche italiane hanno parecchie sofferenze da smaltire.

Il tutto avviene nel silenzio complice di Banca d’Italia. Nel nome del libero mercato gli speculatori banchettano sulle spoglie dei nostri istituti di credito.

Salvatore Recupero

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