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Stato dell’occupazione: confronto tra gli ultimi due periodi annuali

Roma, 1 lug – Con i nuovi dati Istat sull’occupazione, resi noti ieri e aggiornati allo scorso mese di maggio, è possibile tentare un primo bilancio dell’azione economica del governo Renzi, anche al di là del comunicato ufficiale dell’Istituto centrale di statistica che, come al solito, è abbastanza difficile da decifrare.
Abbiamo calcolato le medie su due periodi annuali – da giugno 2013 a maggio 2014 e da giugno 2014 a maggio 2015, quest’ultimo rappresentativo del periodo interessato dall’esecutivo di Matteo Renzi – considerando quattro gruppi di persone.
Gli “occupati”, di età superiore a 15 anni e inclusivi di coloro che hanno lavorato una sola ora alla settimana, le persone di età compresa tra 15 e 74 anni “in cerca di occupazione”, che hanno attivamente cercato un lavoro ma rimangono disoccupati, la “forza lavoro” che somma i due gruppi precedenti, infine gli “inattivi”, che comprendono le persone che non fanno parte della forza lavoro, cioè quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione.
La forza lavoro è mediamente cresciuta di circa 178 mila unità tra i due periodi annuali consecutivi, esclusivamente a causa dell’immigrazione, ma a fronte di questo dato gli occupati sono aumentati in media soltanto di 124 mila unità, mentre all’esercito di persone in cerca di occupazione – oltre tre milioni – si sono aggiunti circa altri 53 mila individui, pari a ben il 30% dell’incremento della forza lavoro potenziale.
Il gruppo degli “inattivi”, intanto, si è ridotto di 214 mila unità, un dato riconducibile probabilmente per intero (e forse anche di più) al crollo della natalità e all’invecchiamento della popolazione. A questo gruppo sono inoltre ascrivibili milioni di giovani che non studiano, non lavorano e – sfiduciati o impreparati – neppure cercano un’occupazione.
In sintesi, il governo Renzi non ha prodotto alcun risultato sul versante occupazionale in termini assoluti, mentre tendenzialmente si profila un aumento marcato della disoccupazione. Né il “jobs act” né alcuna altra misura hanno generato il benché minimo esito.
Sul fronte dell’economia reale, dopo i disastrosi dati di maggio su tutti i consumi energetici, siamo in grado di anticipare (fonte Gme) il molto atteso dato di giugno per la domanda elettrica: una volta corretta per i giorni lavorativi (giugno 2015 ha avuto una domenica in più rispetto allo stesso mese del 2014), i consumi elettrici sono calati – anno su anno – di oltre lo 0,6%. Tra qualche settimana, quando saranno disponibili i dati corretti anche per le temperature, è assai probabile che il calo si riveli perfino maggiore, e comunque molto superiore allo 0,1% del maggio scorso. Questo consente di prevedere una diminuzione dei consumi elettrici, nel primo semestre dell’anno, di circa lo 0,5% rispetto all’analogo semestre del 2014. Ulteriore segnale della deindustrializzazione della Nazione.
Coniugando i dati illustrati con la spirale senza fine del debito pubblico, che evidentemente con questo stato agonizzante dell’economia, privi di sovranità monetaria, non potrà mai essere ripagato, diventano immediatamente comprensibili le preoccupazioni di chi vede l’Italia, insieme ad altri paesi europei, tra le prossime vittime sacrificali delle istituzioni finanziarie sovranazionali in questo momento concentrate sulla Grecia.
Francesco Meneguzzo



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