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* Immigrati/ Da domani al via regolarizzazione per colf e badantiRoma, 21 gen – Nella serata di ieri, i vertici della Banca centrale europea si sono riuniti per le prime valutazioni attorno alla scelta, portata avanti dal governatore Mario Draghi, di avviare un programma di quantitative easing sulla scia di quanto già fatto negli anni scorsi dalla Fed americana. Le prime bozze parlano di acquisti per 50 miliardi di titoli di Stato al mese, per almeno un anno e con la possibilità di sforare anche nel corso del 2016.

Il quantitative easing non ci salverà, con buona pace di chi ci spera come se si trattasse della manifestazione di una superiore volontà a sostegno dell’euro.

Per capirlo, basta fare un salto indietro: abbiamo già ampiamente dimostrato come il problema dell’eurozona risieda nella differenza di competitività fra le economie nazionali che ne fanno disgraziatamente parte, per cui se vogliamo risolvere i nostri problemi è “sufficiente” riassorbire questi differenziali.

Da quel che è dato sapere, non esistono che tre modi, di cui il primo ovviamente è quello di svalutare la propria divisa nazionale, ma appunto questo imporrebbe la dissoluzione dell’euro.

La seconda soluzione sarebbe quella di abbassare il costo del lavoro, e ciò potrebbe essere in effetti fatto in due modi: tagliando i salari diretti (busta paga), differiti (pensione) ed indiretti (Stato sociale), oppure l’imposizione fiscale che grava sulle imprese che assumono. Ora come ora stiamo praticando la prima strada, con il risultato di essere sì in surplus commerciale ma al contempo di distruggere la domanda interna. Alta disoccupazione, scarsa produttività, fiscalità oppressiva, produttività calante, burocrazia asfissiante. In effetti non sembra che la strada scelta sia delle più felici. Ma ecco che ci viene in aiuto l’ortodossia neoliberista, che ci dice che la soluzione è semplicissima: tagliare la spesa pubblica per abbattere il cuneo fiscale, e quindi abbassare il costo del lavoro per le imprese senza toccare i salari. Sembra una idea geniale, che oltretutto ha il pregio di toccare alcune corde estremamente sensibili all’opinione pubblica, come l’eccessiva spesa pubblica, per definizione inefficiente e parassitaria.

C’è però un problema: un euro di spesa primaria dello Stato si traduce automaticamente in almeno un euro di Pil, essendo il Pil null’altro che la somma di quanto si spende in una data economia. Magari, se ben indirizzata, può anche esser più di un euro, ma questo è un discorso estremamente tecnico che esula dalla nostra analisi. Un euro di minori tasse conterrà in esso una parte di tesaurizzazione, ergo senza dubbio non avrà lo stesso risultato. In altre parole, la teoria liberista di “tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse” non è altro che il gioco delle tre carte, il dare con una mano per togliere abbondantemente con due, come del resto dimostrato ampiamente dalla truffa degli 80 Euro di Renzi.

Esiste però un terzo metodo per recuperare competitività, ed è quello ai nostri occhi forse più interessante: incrementare la produttività del lavoro attraverso un ambizioso programma di investimenti. Investimenti pubblici in primo luogo, che poi possano fungere da volano per gli investimenti privati, e quindi renderci più competitivi per il semplice fatto di avere migliori infrastrutture, migliori tecnologie, minori costi e tutto quello che ne consegue.

In questo senso, il quantitative easing, indirettamente, potrebbe aiutare, perché l’acquisto massiccio di titoli di Stato da parte della Bce ne farebbe crollare (se prolungato ed in misura consona) i rendimenti, consentendo ai governi di finanziarsi fondamentalmente ad interessi zero come negli USA, nel Regno Unito, in Giappone.

Pensiamo ad un ipotetico governo che manda il deficit al 10% del Pil, lo copre finanziandosi fondamentalmente con “moneta fresca di stampa” e lo usa per due terzi per tagliare le tasse (senza compensare con stupidi tagli della spesa pubblica) e per un terzo per finanziare quantomeno gli investimenti più urgenti. Parliamo, nel primo anno, di risorse pari a 150 miliardi o più, 100 per dare una boccata d’ossigeno agli italiani, 50 per ricostruire l’Aquila e l’Emilia, e dotarci almeno di un sistema ferroviario ed energetico decente.

Certamente, non sarebbe risolutivo, ma nessuno potrebbe negare che una mossa del genere quantomeno avrebbe il pregio di riportarci sui giusti binari della crescita in tempi oltretutto relativamente rapidi. L’incremento del Pil compenserebbe più che proporzionalmente il deficit creato per sostenere questa frustata fiscale, tanto più che in termini di interessi non ci sarebbe costata praticamente nulla o quasi, se veramente la Bce implementasse un piano di acquisto di titoli pubblici con i fiocchi.

C’è però un problema di fondo, e va capito se non vogliamo metterci nella stessa barca degli utili idioti della sinistra alla Siryza, Podemos ed altre analoghe formazioni di parolieri di professione: l’integrazione europea esiste per privare gli Stati nazionali (ex?) sovrani di qualunque margine di manovra economica, ed in particolare l’euro è stato approvato controvoglia dai tedeschi proprio in cambio della impossibilità per le economie meno competitive di quella teutonica di recuperare con altri mezzi il terreno perduto.

Pretendere di avere l’euro senza Maastricht è come volere il comunismo e la proprietà privata, o magari il monoteismo e l’idolatria. Sciocchezze pure e semplici, tanto più che si tratterebbe, per ogni singolo Stato, di trovare il suo livello di deficit ottimale, ergo di manovre fortemente asimmetriche che penalizzerebbero la Germania medesima.

La soluzione per superare l’impasse rimane quindi sempre l’uscita unilaterale dall’eurozona, contestualmente al ripudio dei trattai di Maastricht, Lisbona, Schengen e Velsen, per poterci così dotare degli strumenti politici sovrani per affrontare efficacemente le conseguenze di una simile rottura.

Matteo Rovatti

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