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Roma, 21 apr – Da un lato una massiccia speculazione, dall’altro il drastico crollo della domanda, trainata al ribasso dalle chiusure imposte pressoché in tutto il mondo. Il risultato è stato il collasso del mercato del petrolio, con il Wti che sul mercato americano ha chiuso ieri a -37 dollari – il segno meno non è un errore – al barile. Un evento storico, le cui conseguenze possono potenzialmente essere devastanti. Non solo a livello mondiale, ma anche europeo e soprattutto italiano.

Cos’è successo al prezzo del petrolio

Non più di qualche settimana fa, alcune banche d’affari avevano previsto che il barile americano potesse finire sottozero, a dire che i venditori avrebbero pagato gli acquirenti per prendersi il petrolio. Quella che sembrava una boutade si è, infine, trasformata in realtà.

Il primo motivo è da ricercarsi nella scadenza, prevista per oggi (scontata dunque ieri), del contratto future sul petrolio con consegna a maggio, la cui quotazione si riflette nell’indice Wti che a sua volta, insieme al Brent, influenza i prezzi al dettaglio e, a cascata, anche dei prodotti raffinati. Il future è uno strumento finanziario con il quale il venditore si impegna, ad una data prefissata, a consegnare all’acquirente (se riguarda materie prime: esistono future anche sulle monete o sugli indici di borsa) il bene oggetto del contratto ad un prezzo prefissato. Nei giorni scorsi è accaduto che lo Us Oil fund, uno dei principali fondi d’investimento sul greggio, si sia trovato per tutta una serie di motivi a dover chiudere alcune posizioni sul mese venturo per spostarle su giugno (dove il relativo future supera i 20$ al barile, in calo però di oltre il 16% rispetto a due giorni fa). Il risultato è stato il collasso dei corsi, che in situazioni normali dovrebbero invece far combaciare il prezzo del future con quello spot.

Ad aggravare la situazione ci si è messo lo stato di salute dell’economia mondiale, ancora alle prese con la chiusura generalizzata delle attività produttive. Pensiamo ad esempio ai trasporti (siano essi via terra, mare o aria) e alla loro uso massiccio di carburanti fossili, ma anche a tutti quei settori tipicamente “energivori” costretti al fermo. Ne è conseguito un tracollo di domanda per cui tutti i siti di stoccaggio del greggio – specialmente negli Usa –  sono fisicamente pieni, pressoché incapaci di assorbire ulteriori conferimenti di materia prima.

Il combinato disposto ha così prodotto un evento che mai si era verificato nella storia del prezzo dell’oro nero. Ammesso che lo si possa chiamare ancora così. Per ora a finire sottozero è stato il Wti, usato come riferimento per i valori d’oltreatlantico. Il Brent europeo, pur in calo, ha chiuso la seduta al di sopra dei 25 dollari al barile e non è da escludere possa intraprendere anch’esso una strada al ribasso.

Che accadrà ora?

Al netto delle manovre speculative – i future servono anche e soprattutto a questo genere di operazioni – l’impressione è che si sia di fronte ad uno scenario epocale.

Anzitutto per le nazioni produttrici di petrolio, che dovranno fare i conti con corsi che difficilmente (e se lo faranno non sarà in breve tempo) riusciranno a recuperare i valori anche solo di pochi mesi fa. Con conseguenze non scontate: dagli Usa, il cui petrolio di scisto è profittabile da estrarre solo con quotazioni non al di sotto dei 50 (e più) dollari, all’Arabia Saudita, che vede naufragare in un unico giorno i risultati faticosamente raggiunti nell’ultimo vertice Open, all’Iran – stretto fra le sanzioni e il deflagrare entro i suoi confini dell’epidemia di coronavirus – passando per la Russia (il bilancio di Mosca è in pareggio con il petrolio a 40 dollari al barile) e arrivando sino in Libia – dove la pacificazione fra le milizie è ancora ben lungi dall’essere raggiunta – e Algeria. A rischiare di esplodere è insomma, oltre al Medio Oriente, anche il bacino del Mediterraneo.

I rischi per l’Italia: deflazione e/o inflazione da offerta

Se l’Italia ha da temere dal punto di vista geopolitico, va in parte meglio dal lato economico. Il petrolio pesa non poco sulla bilancia commerciale (considerando anche i prodotti raffinati e il gas naturale, il cui prezzo è collegato a quello del greggio, si arriva al 10% in valore delle nostre importazioni) che potrà così trovare un qualche beneficio, sia pur di corto respiro. Un aiuto quasi inaspettato, il quale deve però fare i conti con il fatto che parte della nostra inflazione è “importata”, dipende cioé dai corsi dei valori delle materie prime fra cui principalmente gli idrocarburi: il loro contributo ha, negli anni scorsi, “spiegato” quasi il 50% nella dinamica al rialzo dei prezzi.

Ai valori attuali forse costerà meno fare il pieno (che dipende comunque per oltre la metà da imposte e accise), ma in assenza di una qualsiasi forma di politica espansiva che non siano le mancette del governo il rischio è quello di deprimere ulteriormente un’inflazione già fiacca di suo e che nemmeno la Bce – stretta fra la schizofrenia di richiamare gli Stati al rispetto dei vincoli comunitari nel solco dell’austerità mentre con l’altra mano prosegue nel suo programma di Quantitative easing – è riuscita a rianimare.

Basterà insomma un po’ di ossigeno alla nostra bilancia commerciale? Perché d’accordo: se l’inflazione importata è un elemento certamente negativo, la deflazione è molto peggio. Ammesso, in ultimo, che dopo il termine dello stato di emergenza e nell’immobilismo dell’esecutivo esistano ancora aziende in grado di riaprire. In caso contrario, decimata la nostra capacità produttiva, ci ritroveremmo in un batter d’occhio dalla deflazione all’inflazione da carenza di offerta. Comunque vada, sarà un insuccesso.

Filippo Burla