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Roma, 25 ott – Sono circa un milione i posti di lavoro che le Pmi potrebbero perdere tra l’inizio e la fine del 2020. Questo è quanto emerge quanto emerge dall’indagine Crisi, emergenza sanitaria e lavoro nelle Pmi, condotta su 5000 professionisti (su 26mila) dalla Fondazione studi Consulenti del lavoro. Le piccole e medie imprese hanno pagato un prezzo carissimo per adeguarsi alle nuove normative in materia sanitaria (per contrastare la diffusione del Covid-19). Al peggio, però, non c’è fine. Il rischio di una “seconda ondata” con ulteriori restrizioni potrebbe vanificare tutti gli sforzi compiuti finora.

La difficile gestione sanitaria

A pagare il prezzo più alto in questa crisi sono i settori meno protetti: ovvero la galassia delle Pmi.  Tutto questo purtroppo rischia di avvenire nonostante quasi tutti gli imprenditori abbiano adottato in maniera scrupolosa le nuove regole sanitarie. A far paura è l’ipertrofia normativa che già caratterizzava la nostra burocrazia. Leggendo l’indagine scopriamo infatt che “sebbene il 59% dei Consulenti reputi che le aziende siano ad oggi attrezzate in materia di prevenzione (dispositivi di protezione, sanificazione ambienti, etc), queste non sarebbero comunque pronte a dover gestire nuove situazioni emergenziali.

Il 44,7% dichiara, infatti, che le aziende sono mediamente poco o per nulla attrezzate a gestire il personale in caso di contagi (diretti o indiretti) e il 37,2% a fornire la connessa informazione sul da farsi”. C’è un grande panico. Ed il motivo è semplice: basta un dipendente entrato in contatto con un positivo per bloccare tutto.

La fobia del coronavirus rischia di essere la vera emergenza

Le ripercussioni sul mondo del lavoro sono inevitabili. Come si può svolgere la propria mansione a fianco agli altri se uno starnuto ha lo stesso effetto di un lancio di una granata? Infatti, per i consulenti del lavoro “la preoccupazione di dover gestire un’emergenza sanitaria è peraltro secondaria rispetto alla possibilità di doversi nuovamente trovare alle prese con le procedure per la cassa integrazione (indicata come principale criticità da affrontare nelle prossime settimane dal 62,8%), ma anche l’avvio delle ristrutturazioni (42,8%), l’inevitabile riduzione dei livelli di produttività (42,2%), la gestione delle esigenze del personale, alle prese con conciliazione e quarantene, e la sua riorganizzazione”. Nelle Pmi il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente è diretto: si lavoro fianco a fianco. Mandare a casa senza stipendio un collaboratore non è come un licenziamento fatto da una grande azienda. L’imprenditore sa di essere responsabile non solo del suo reddito ma anche di quello dei suoi dipendenti. Ed è per questo che molte Pmi hanno anticipato  la cassa integrazione (che avrebbe dovuto versare l’Inps) nella prima fase della crisi. Oggi, però, in caso di una seconda ondata solo pochi potrebbero farlo. Ed è per questo che dalla suddetta indagine emergono dati a dir poco preoccupanti: sono circa un milione i posti di lavoro che le Pmi potrebbero perdere tra l’inizio e la fine del 2020. Un bilancio pesante per il milione e mezzo di imprese assistito dai consulenti del lavoro, i cui organici potrebbero contrarsi di circa il 10%. Una batosta che rischia di essere letale in caso di un nuovo lockdown.

Il pessimismo della Cgia

“Un nuovo lockdown generalizzato darebbe il colpo di grazia ad un settore che da 11 anni a questa parte sta costantemente diminuendo di numero”: questo l’allarme lanciato dal coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che sottolinea come “dal 2009 hanno chiuso definitivamente la saracinesca 185 mila aziende artigiane. Questo ha avviato la desertificazione dei centri storici e delle periferie, contribuendo a peggiorare il volto urbano delle nostre città che, anche per questa ragione, sono diventate meno vivibili, meno sicure e più degradate. Sia chiaro: soluzioni miracolistiche non ce ne sono, anche se è necessario un imminente intervento pubblico almeno per calmierare il costo degli affitti, ridurre le tasse, soprattutto quelle locali, e facilitare l’accesso al credito”.

Oltre alle tasse e alla burocrazia le piccole e medie imprese devono scontrarsi con il muro di gomma delle banche. Molte imprese, come si è già detto ricorrono agli usurai. Nonostante tutti i partiti si proclamano amici delle Pmi nessuno le supporta realmente. Eppure quest’ultime formano il tessuto connettivo della nostra economia. In Italia esse impiegano ben l’82% dei lavoratori e costituiscono il 92% delle imprese attive. Come mai, dunque, si è fatto pochissimo per supportare le imprese di piccole e medie dimensioni? Il motivo è semplice: un’azienda di 10 dipendenti che fallisce non fa notizia. Ma, se dovesse innescarsi un effetto domino (e le condizioni ci sono tutte) a nulla serviranno le mance del governo di Conte.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. Quando eravamo cavernicoli, fuori dalla grotta c’erano animali in grado di predarci, ma non per questo non uscivamo a cacciare. Senza cibo i nostri cari sarebbero morti e così anche noi.
    Oggi là fuori c’è il Covid, ma non per questo dobbiamo mettere a rischio la nostra esistenza chiudendoci in casa.

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