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l43-poste-italiane-140108190124_bigRoma, 1 giu – Il governo ha approvato il decreto con il quale verrà collocata in borsa, anche in più tranche ma comunque entro la fine dell’anno, il 29.7% residuo di Poste Italiane in mano all’esecutivo, dopo il passaggio del 35% della società a Cassa Depositi e Prestiti avvenuto pochi giorni fa. Il decreto si è reso necessario in quanto, all’atto della quotazione lo scorso ottobre, era stato stabilito che il ministero dell’Economia non potesse scendere al di sotto del 60% del capitale.

La scelta di procedere alla cessione di un’ulteriore quota della s.p.a. guidata da Francesco Caio si inserisce all’interno del piano di privatizzazioni che, oltre a coprire le perdite sui derivati stipulati dal Tesoro, punta a far cassa per affrontare – su indicazione dell’Europa, con obiettivo mezzo punto di Pil quest’anno – il tema dell’indebitamento sovrano.

I proventi derivanti dalla vendita delle azioni sono stimati fra i 2.7 e i 3 miliardi, vale a dire lo 0.13% degli oltre 2300 miliardi di debito pubblico. Non proprio una gran percentuale, ancora di più se si considera che il rendimento del titolo – stante il dividendo 2016 – è attorno al 3.6%, superiore rispetto sia al costo medio ponderato del debito pubblico che del rendimento dei Btp, titoli che rappresentano quasi il 70% del totale e che “costano” allo Stato, nella peggiore delle ipotesi e con riferimento alle ultime emissioni, meno del 2.8%. Ecco: quella differenza di quasi un punto percentuale è la perdita netta che si ha sul lungo termine a fronte di un incasso immediato. Come se si vendesse la propria casa per poi restarci a vivere in affitto.

Filippo Burla

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