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Pressione fiscale: le aziende italiane sono le più tartassate d’Europa

by Salvatore Recupero
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Unimpresa pressione fiscaleRoma, 27 feb – La pressione fiscale in Italia è decisamente superiore alla media europea. A dirlo è una ricerca del Centro Studi di Unimpresa. L’analisi si basa sul confronto internazionale fra tributi versati dai contribuenti e i conti pubblici. I numeri parlano da soli: “In Italia pressione fiscale al 43,8% del pil, in Germania al 39,6%, in Gran Bretagna al 34,8% e negli Stati Uniti al 26,4%. Ma il giro di vite fiscale e le casse statali gonfie non hanno contenuto l’allargamento del buco nel bilancio dello Stato”. Questo studio, inoltre, offre altri interessanti spunti di riflessione. Negli ultimi dieci anni il contribuente italiano ha visto crescere in maniera esponenziale il peso della pressione fiscale senza vedere nessun miglioramento nei conti pubblici. Il peso dell’erario era al 39,1% del prodotto interno lordo nel 2005 ed è progressivamente salita fino ad attestarsi al 43,5% nel 2015; e contemporaneamente sono aumenti gli incassi per lo Stato, passati dal 42,5% del pil al 47,6%; un incremento di balzelli ed entrate a cui non ha fatto seguito un contenimento del debito, schizzato al 132,7% del pil nel 2015 rispetto al 101,9% del 2005. Non c’è stato, dunque, nessun risanamento, nonostante l’inasprimento delle imposte.

Confrontiamo ora questi dati con quelli  delle altre economie avanzate. Secondo l’analisi di Unimpresa: “In Germania la pressione fiscale è passata dal 38,4% al 39,6% del pil, il debito pubblico dal 66,9% al 71,2%; nella media dell’area euro il peso delle tasse è passato dal 39,4% al 41%; il debito degli Stati dal 62,1% all’83,3%; in Gran Bretagna, il fisco è salito dal 35,7% al 34,8% e il “rosso” nei conti dello Stato dal 41,5% all’89,2%; negli Stati Uniti, il prelievo fiscale è rimasto sostanzialmente invariato, dal 26,3% al 26,4% con il debito salito dal 66,9% al 113,6% del pil Usa”. Da questi numeri è facile dedurre che il peso della pressione fiscale non contribuisce affatto a diminuire il debito pubblico. Tutto ciò, al massimo, si  traduce in una sistematica sottrazione di liquidità all’economia reale per alimentare il circuito vizioso del debito della pubblica amministrazione. Almeno, però, nelle altre nazioni il peso del fisco è diminuito o quantomeno è rimasto invariato.

Vediamo, ora, nel dettaglio quali gabelle pesano di più sulla crescita italiana. Nel nostro Paese è record sia per le imposte sui consumi (Iva) con un’aliquota massima del 22% da confrontare col 21,4% della media dell’Unione europea e col 20,8% della media dell’area euro; sia per le imposte personali sul reddito (Irpef), con un’aliquota al 48,9% da paragonare al 39,3% della media Ue e col 42,1% della media dell’area euro; sia per le imposte sul reddito delle società (Ires), con un’aliquota al 31,4% più alta del 22,8% della media dell’Unione europea e del 24,6% della media dell’area euro. Secondo Claudio Pucci, vicepresidente di Unimpresa, dunque: “La pressione fiscale è il principale ostacolo alla crescita economica del nostro Paese. Inoltre, sempre secondo Pucci “sono state introdotte una serie di normative antielusione che rappresentano un serio ostacolo per l’imprenditore creando anche qui una distorsione rispetto alle grandi imprese che sono strutturate per far fronte alle presunzioni di tali strumenti di accertamento”.

L’obiettivo è fin troppo chiaro: indebolire le Pmi per lasciare ampio spazio alle grandi corporation.  Alla luce di quanto detto Unimpresa presenterà nei prossimi giorni un documento al governo con le proposte per le pmi: via l’Irap e via gli studi di settore, flat tax. Meno tasse sulle persone fisiche con due sole aliquote al 25% e al 37% (e no tax area fino a 10mila euro).  Un’iniziativa dal basso che servirà, qualora fosse presa in considerazione, a rafforzare l’asse portante della nostra economia: le Pmi. Nel sistema economico italiano operano, infatti, oltre 3,8 milioni di imprese, di cui circa il 99% è rappresentato dalle cosiddette Piccole e medie imprese (imprese che impiegano fino a 250 dipendenti e che fatturano fino a cinquanta mln di Euro). Le Pmi hanno un’elevata importanza nel nostro sistema produttivo: contribuiscono in larghissima misura alla formazione del Pil , occupano circa l’80% della forza lavoro totale e giocano un ruolo decisivo sullo sviluppo economico del Paese. Partendo da questi dati è chiaro che è anche necessario ripensare il sistema fiscale italiano per riconquistare la nostra sovranità nazionale.

Salvatore Recupero

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