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money transferRoma, 15 gen – 6,7 miliardi di euro. A tanto, secondo Eurostat, ammonta il denaro che, attraverso le cosiddette “rimesse“, defluisce dal circuito economico nazionale. Che cosa sono le rimesse? Sono i capitali che gli immigrati inviano alle loro famiglie rimaste in patria, e che in certi casi rappresentano una delle principali fonti di introito per i paesi del terzo mondo.

Ma sono anche un indice della scarsa integrazione che una popolazione immigrata manifesta nei confronti della nazione ospitante. Laddove, infatti, si registra un picco di “rimesse”, si è di fronte ad un’immigrazione volta essenzialmente allo sfruttamento delle possibilità economiche, volta a guadagnare quanto più possibile da poter inviare nei luoghi di provenienza. E non è un caso, infatti, che l’Italia sia il secondo paese europeo per rimesse degli immigrati.

Seconda soltanto alla Francia (- 8,7 miliardi di euro nel 2013), altro paese nel quale le tensioni sociali prodotte dalla mancata integrazione della componente immigrata sono oggi più che mai evidenti, e seguita subito dopo dalla Gran Bretagna (anch’essa investita dal fenomeno del cosiddetto “multirazzismo”) dalla quale fuoriescono ogni anno 6,3 miliardi di euro. Una realtà con la quale il nostro paese dovrebbe fare i conti seriamente. Così come l’Unione Europea tutta, che “perde” ogni anno circa 28 miliardi di euro di capitali.

Il fenomeno, di per sè, è fisiologico e assolutamente normale: il nostro Paese per primo ha beneficiato delle rimesse degli italiani che emigravano in America, in Argentina o in Australia. A tutti gli effetti, proprio dalle rimesse dei lavoratori italiani proviene buona parte delle risorse che permisero all’Italia di crescere e prosperare nel primo Novecento.

Ma c’è un discrimine forte tra quel periodo e quello che viviamo oggi: i paesi nei quali i nostri concittadini erano emigrati a quel tempo erano in piena espansione economica. L’apporto di manodopera estera era non soltanto utile ai paesi ospitanti, ma in certi casi necessario e insostituibile. Basti pensare all’apporto fondamentale che i migranti europei dettero allo sviluppo dell’economia statunitense, a quel tempo in crisi di sottoccupazione e “affamata” di manodopera.

L’Italia e l’Europa di oggi sono invece in piena crisi economica e la disoccupazione cresce a ritmi impressionanti. In queste condizioni è lecito pensare che, così come l’immigrazione incontrollata non rappresenta un vantaggio ma un fattore di instabilità, così quei sette miliardi di euro che ogni anno prendono il largo dalla nostra economia potrebbero farci parecchio comodo, visto lo stato di depressione in cui versa il mercato interno.

L’equivalente di una piccola Finanziaria, ben più impattante degli 80 euro di Renzi, perchè di fatto provenienti da quel lavoro che oggi, agli italiani, manca terribilmente.

Francesco Benedetti

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