Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 28 gen – Giovedì scorso è stato presentato il Rapporto Eurispes Italia 2017. Il documento del prestigioso istituto di ricerca fotografa la percezione che hanno gli italiani della loro condizione economico e sociale. L’indagine è stata elaborata in base ai risultati di un questionario al quale ha risposto un campione di 1.084 cittadini stratificato per genere, età e area territoriale. Anche quest’anno il quadro che emerge è quello di una nazione che naviga in cattive acque. Per analizzare meglio i risultati di questo studio partiamo dalle parole del presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara. Secondo Fara: “L’Italia ha registrato un continuo declino rispetto alle posizioni degli altri Paesi dell’Eurozona sul fronte dell’istruzione, della ricerca e innovazione, mentre il fronte delle imprese è caratterizzato da un alto livello di indebitamento con il sistema bancario”.

Veniamo ora ai numeri. Circa una persona su quattro afferma di sentirsi “abbastanza” (21,2%) e “molto” (3%) povero. L’identikit di chi denuncia la propria povertà è il seguente: single (27,1%) o monogenitore (26,8%) che vive al Sud (33,6%) ed è cassaintegrato (60%) o in cerca di nuova occupazione (58,8%). Se i single piangono, di certo le famiglie non ridono. Quasi la metà delle famiglie ( il 48,3%) ha grosse difficoltà ad arrivare a fine mese. Una famiglia su quattro, infatti, non riesce ad pagare le spese mediche. Nell’ultimo anno il 31,9% dei cittadini ha rinunciato alle cure dentistiche a causa dei costi eccessivi, il 23,2% a fisioterapia/riabilitazione, il 22,6% alla prevenzione e il 17,5% ha sacrificato persino medicine e terapie. Oltre al danno però si aggiunge la beffa. Nel 42,2% dei casi si denunciano strutture mediche fatiscenti, nel 41,8% condizioni igieniche insoddisfacenti. Oltre un terzo (34,1%) di quanti si sono rivolti alla sanità pubblica ha sperimentato errori medici. Una sanità costosa e, in troppi casi, inefficiente.

Detto questo, è anche facile capire perché la domanda interna di beni e servizi è così bassa. Se qualcuno deve spendere troppo per curarsi male allora preferirà scegliere direttamente le strutture private. La conseguenza immediata è semplice: si rinuncia a tutte quelle spese che sono non strettamente necessarie creando un’infelice spirale di decrescita. A questo punto non può mancare una nota sulla pressione fiscale. Secondo il rapporto Eurispes, la maggior parte gli italiani (62,5%) è convinta che le tasse non siano abbassate nell’ultimo periodo. Il 44,6% dei cittadini è sicuro che l’annunciata chiusura di Equitalia e l’eliminazione, dai calcoli del debito, degli interessi non miglioreranno la situazione per cittadini ed imprese in difficoltà economiche.

Passiamo ora al lavoro. Il rapporto Eurispes dedica molto spazio alla questione dei voucher. Se nel 2011 ne sono stati venduti quindici milioni, nel 2015 si è arrivati a circa 115 milioni. L’uso dei buoni lavoro è in continua e rapida crescita, come dimostra anche il trend dei primi nove mesi del 2016 con oltre 109 milioni di voucher venduti (+34,6% rispetto allo stesso periodo del 2015). “Il 50% di quelli che li utilizzano”- secondo Eurispes- “sono persone molto attive sul mercato del lavoro, che si dividono tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro part-time o indennità di disoccupazione”. Questo dato sulle “persone molto attive sul mercato del lavoro” fa molto riflettere.

Oggi, quindi, scopriamo che molti italiani sono disposti a lavorare di più per integrare il proprio reddito anche accettando paghe decisamente ridicole. E allora come la mettiamo con la vulgata secondo la quale gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non hanno più voglia di fare? Nessuno si è posto questa domanda. Eppure è tanto semplice la soluzione del quesito. Vediamo perché. Integrare gli stranieri in un sistema produttivo con una forte crisi di offerta di lavoro non fa altro che abbassare i salari degli autoctoni. Gli italiani per non rimanere disoccupati saranno disposti ad accettare stipendi da fame. Tornando ai voucher, infatti, scopriamo che l’altra metà che li utilizza sono giovani. Nel 2015 il peso dei giovani è ulteriormente cresciuto (43,1% dei voucher) e si è rafforzato anche quello dei trentenni (con il 20,6%) e dei quarantenni (17,4%). E, al contrario di quanto farebbe pensare la natura molto ‘marginale’ di molte attività regolate dai buoni lavoro, l’impiego dei voucher non riguarda prevalentemente gli stranieri. Tanto che, secondo i dati Inps, nel 2015 solo l’8,6% dei buoni è stato destinato ad extracomunitari. I voucher sono quindi un benefit destinato a giovani italiani che evidentemente non sono considerati risorse come i loro coetanei allogeni. L’unica via d’uscita per i giovani è tornare a casa di mamma e papà. Oppure ricorrere al sostegno dei genitori per affidare loro i figli per evitare di dover pagare nidi e baby sitter. Anche perché le graduatorie per i nidi comunali e le case popolari vedono gli italiani indigenti sempre in fondo alla classifica. Forse è giunto il momento che gli ultimi di oggi tornino ad essere i primi.

Salvatore Recupero

Commenta