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Roma, 28 lug – La somme erogate nell’ambito del Recovery Fund (ma anche del Sure)? Rappresentano un credito privilegiato. A spiegarlo il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, intervenuto oggi pomeriggio in commissione Bilancio alla Camera, rispondendo ad una domanda in merito alla disciplina della componente prestiti dello strumento su cui, nei giorni scorsi, il Consiglio europeo ha trovato la quadra.

Il Recovery Fund è il Mes cambiato di nome

Qualora vi fosse ancora qualche dubbio sulla sua vera natura, la candida ammissione del ministero è lì a fugarli: Recovery Fund e Mes sono – tempistiche a parte – praticamente la stessa cosa. Due realtà quasi sovrapponibili, anche e soprattutto per quanto riguarda le conseguenze.

Il motivo – o meglio i motivi – della spiccata similitudine vanno anzitutto individuati nelle condizioni di accesso ai fondi, che nel Recovery Fund spuntano in ogni dove, persino nella componente delle risorse a fondo perduto (che a fondo perduto non sono): ci prestano (o ci rendono) i nostro soldi e ci dicono pure come spenderli. “Peggio della Troika”, come ha commentato pochi giorni fa l’editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau.

Cosa significa creditore privilegiato

La seconda è nella natura delle somme stanziate. Parliamo ovviamente di quelle erogate sotto forma di prestiti, per le quali il soggetto creditore – vale a dire l’Unione Europea – godrà di un privilegio rispetto agli altri. Ciò significa che, in caso di difficoltà dell’Italia nel rimborso, la Commissione dovrà essere soddisfatta per prima. Esattamente come accade per chi si rivolge al Mes.

Una peculiarità, questa, che non ha effetti solo in caso di (o rischio di) default. Le conseguenze sono infatti da rintracciarsi anche in condizioni standard: nel momento in cui si segmenta il debito, coloro i quali detengono i titoli che non godono della cosiddetta “seniority” – quindi di una precedenza nel rimborso – potrebbero storcere il naso, arrivando (legittimamente) a chiedere un rendimento maggiore. Peccato che questi ultimi siano la schiacciante maggioranza dei titolari del nostro debito in valore assoluto, il quale rischierebbe così di peggiorare il costo del suo periodico rinnovo presso gli investitori. Ciò in cambio di qualche decina di miliardi a tasso basso: un (presunto) beneficio che verrebbe azzerato quasi istantaneamente.

Filippo Burla

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