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Roma, 26 dic – Nessuna task force, ma un’unità di missione istituita presso il ministero dell’Economia. E’ con questa novità, necessaria per superare le (potenzialmente esiziali) resistenze dei renziani che Giuseppe Conte si prepara a presentare il Recovery Plan per l’Italia. L’obiettivo è quello di portarlo in Consiglio dei ministri per chiuderlo entro l’anno. Seguirà la trasmissione a Bruxelles per l’approvazione dei singoli progetti.

196 miliardi per il Recovery Plan. Paghiamo noi

Se per la nostra nazione sono 196 i miliardi del Next Generation Eu, l’asticella dell’ultima bozza circolata si ferma appena sotto: 195,9. Di questi, meno di 90 sono sostitutivi di progetti già in essere mentre i restanti derivano da risorse aggiuntive: oltre 60 a fondo perduto e circa 40 sotto forma di prestiti. Un’operazione di trucco e parrucco, visto che pagheremo tutto fino all’ultimo centesimo.

Se qualcuno pensava che, rispetto alle bozze circolate ad inizio mese, il governo avesse rivisto le decisioni di spesa, il documento del Recovery Plan girato alle forze di maggioranza conferma l’impianto originario. A cambiare, di fatto, sono solo alcuni decimali.

Restano così i 48,7 miliardi per il capitolo “digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” e i 43 per la “rivoluzione verde e transizione ecologica”. La macro area “infrastrutture per una mobilità sostenibile” guadagna 100 milioni (da 27,7 a 27,8 miliardi), tolti dal comparto “istruzione e ricerca” che passa da 19,2 a 19,1 miliardi. 100 milioni in più anche al tema “parità di genere, coesione sociale e territoriale”, mentre per la sanità sono confermati i 9 miliardi iniziali.

Strade dissestate, edifici “verdi”

La voci di spesa del Recovery Plan comprendono una ridda di interventi ad amplissimo spettro. Coerente con l’impianto delle linee guida stabilite dall’Ue, ma spesso e volentieri lontane da quelle che sono le esigenze dell’Italia. Troviamo così, ad esempio, quasi 4 miliardi per combattere il dissesto idrogeologico, accanto però a 40 (dieci volte tanto) per l’efficientamento energetico degli edifici, sia pubblici che privati. Misura, quest’ultima, indubbiamente capace di attivare una filiera non indifferente e con un rilevante effetto moltiplicatore nel settore dell’edilizia, ma allo stesso tempo non risolutiva rispetto a ben peggiori carenze strutturali con cui facciamo i conti ogni giorno. Tanto più se si pensa che analogo – se non superiore – effetto si sarebbe avuto con un piano straordinario di manutenzioni alla disastrata rete viaria. Ebbene, per questo capitolo sono previsti meno di due miliardi una tantum quando ne mancano (ogni anno) almeno 5.

Alla parità di genere più che alla sanità

Entrando ancora più nel dettaglio, a far sorgere più di qualche dubbio sulla portata globale del Recovery Plan sono le evidenti disparità tra macro aree. Si veda alle sottovoci “parità di genere” e “vulnerabilità e inclusione sociale” che, pur sicuramente degne, da sole totalizzano 10,4 miliardi. Vale a dire più dei già citati 9 destinati alla sanità. Di questi, almeno, la metà verranno impiegati per il potenziamento dell’assistenza sia ospedaliera che territoriale. Non sappiamo, al momento, se verrà riaperto qualcuno dei 130 nosocomi chiusi nell’arco degli ultimi 10 anni. Quel che sappiamo, per certo, è che non basteranno per coprire i 40 miliardi di tagli che hanno letteralmente fatto a pezzi il nostro Ssn. Evidentemente il capitolo “sostegno all’occupazione femminile” aveva maggiore rilevanza. Per Bruxelles, s’intende. Non certo per l’Italia.

Filippo Burla

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