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reddito di cittadinanza Roma, 12 mar – L’annuncio dei 1000 euro al mese ai disoccupati da parte di Matteo Renzi ha avuto quantomeno il pregio di riaprire la vecchia discussione intorno ad un tema solo apparentemente scollegato che è quello del “reddito di cittadinanza””, vecchio (e sostanzialmente unico) cavallo di battaglia grillino.

Quando si discute di un argomento così complesso, però, bisogna sempre partire da un punto fermo e cioè la conoscenza della storia: a Milton Friedman, padre della “scuola di Chicago”, ovvero ideologo del neoliberismo contemporaneo, il reddito di cittadinanza piaceva e ne voleva l’introduzione.

Già questo basterebbe a mettere in guardia l’opinione pubblica da quella che appare come la panacea di tutti i mali, e ad una analisi più approfondita risulterà chiaro che i nostri sospetti sono fondati. In effetti, a ben guardare, l’idea del reddito di cittadinanza è perfettamente coerente con il dogma marginalista secondo cui non esiste disoccupazione involontaria. Se esiste, essa è semplicemente frutto di “rigidità” esistenti sul mercato del lavoro, che ostacolano l’incontro della domanda e dell’offerta e quindi vanno rimosse al più presto (la famosa “flessibilità” che piace tanto a Renzi). Il che determina fisiologicamente un grado di disoccupazione stabilmente più elevato, e comunque funzionale all’obiettivo di piegare le resistenze dei lavoratori ad accettare salari inferiori secondo le esigenze di aggiustamento dei costi delle imprese.

Sulla base di questo ed altri dogmi abbiamo gradualmente circoscritto il ruolo dello Stato nell’economia, con gli effetti che sappiamo proprio sul tasso di disoccupazione:

1) Abbiamo posto dei vincoli al bilancio pubblico poiché la spesa in disavanzo dello Stato, fra le altre cose, tende ad incrementare la domanda aggregata del sistema e quindi “artificialmente” l’occupazione, perché le imprese assumono se hanno la prospettiva di fatturare. Per rendere efficaci questi vincoli, ovviamente, è necessario che la Banca Centrale sia indipendente dal Governo. In questo modo, il rendimento dei titoli di Stato viene deciso unilateralmente dagli acquirenti (banche innanzitutto) che possono quindi “disciplinare” lo Stato grazie al rischio cogente di insostenibilità del debito pubblico;

2) Abbiamo liberalizzato il settore finanziario, con il bel risultato che, peraltro a tassi d’interesse oggettivamente folli, meno del 10% del credito erogato dalle banche ha come destinatarie le imprese produttive e commerciali, mentre il resto è impiegato per i consumi, i mutui, l’intermediazione finanziaria ed altre operazioni deleterie;

3) Abbiamo smantellato l’Iri, privandoci non solo dell’indotto che queste grandi imprese avevano nei confronti delle PMI, ma anche e soprattutto dell’immenso know how che ci rendeva competitivi nel mondo;

4) Abbiamo rinunciato ad ogni forma di limitazione rispetto alla libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, nella logica aberrante della cosiddetta “globalizzazione”, che non è altro che la concorrenza al ribasso fra i poveri;

5) Abbiamo fissato, per poter “attrarre capitali”, il cambio della divisa nazionale rispetto ad uno standard sopravvalutato (prima lo Sme e poi l’euro), cosa che ovviamente tende ad incrementare ulteriormente il tasso di disoccupazione (essendo più facile importare che produrre) e quindi aggravando lo stato del bilancio pubblico a causa delle minori entrate.

L’intervento pubblico a sostegno dell’economia è diventato in questo modo una mera eventualità, soggetta a rigidi limiti congiunturali, e cioè realizzabile esclusivamente in una fase di crescita (quando cioè serve meno) che, però, il vincolo di cambio potrebbe non consentire mai, sottraendo stabilmente la domanda estera, o parte consistente di essa, al Pil.

La domanda aggregata perciò tende inesorabilmente a calare, determinandosi un output-gap (buco della domanda, ovvero la carenza di Pil dovuta alla disoccupazione) che può, in situazioni di crisi determinate da fattori esterni, trasformarsi in una recessione a cui è impossibile fare fronte stanti i vincoli precedentemente imposti all’intervento pubblico.

Alla luce di queste semplici considerazioni, il reddito di cittadinanza ci appare sotto un’altra luce, ovvero la pura e semplice accettazione dell’indisponibilità dello Stato al sostengo diretto all’occupazione, ai livelli dei salari ed ai diritti sociali, nonché a farsi esso stesso direttamente vettore prioritario dello sviluppo dell’economia reale. È l’accettazione del neoliberismo allo stato puro, un placebo per anestetizzare il malcontento sociale. In altre parole: è una sorta di welfare deviato fondato sul principio della ineluttabilità della disoccupazione di massa. Si rinuncia quindi a risolvere il problema della disoccupazione per limitarsi ad un pochino di panem per le plebi.

C’è poi un altro aspetto che di solito sfugge: nell’attuale quadro di governo dell’Europa, il governo deve necessariamente tendere verso il pareggio strutturale di bilancio. Di più, almeno teoricamente dovrebbe ottenere i surplus necessari a ripianare il debito pubblico oltre la quota eccedente il 60% del Pil (fiscal compact). Il reddito di cittadinanza quindi, come del resto ogni forma esistente di welfare, diventa un semplice costo comprimibile a piacere. Potremmo quasi ipotizzare malignamente che si tratta di un furbissimo stratagemma per distruggere ogni rimasuglio di Stato sociale in modo graduale ed apparentemente indolore. All’interno del principio del pareggio di bilancio, si tratta semplicemente di spostare potere d’acquisto da qualcuno a qualcun altro, con un effetto netto sulla domanda aggregata pressoché nullo. Facciamo i conti della serva: 500 euro al mese (6000 all’anno) a 50 milioni di maggiorenni italiani equivalgono a 300 miliardi di euro. Non pare un grande affare: 500 euro al mese in cambio della completa distruzione dello Stato sociale.

La proposta grillina, ad onor del vero, pare molto più modesta: di fatto si tratta di una sorta di sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro entro un determinato periodo di tempo. Parliamo quindi di 15 miliardi (meno dell’1% del Pil), ovviamente ottenuti tagliando altre voci di spesa pubblica e quindi assolutamente irrilevanti sul profilo macroeconomico.

Ci sarebbe molto da obiettare poi al principio per cui anziché creare posti di lavoro attraverso il sostengo attivo alla domanda aggregata, bisogna costringere la gente a scegliere il meno peggio, ma questo ci porterebbe fuori dal seminato. Quello che importa è capire finalmente cosa si nasconde dietro alle facili ricette dei demagoghi moderni: pura e semplice aria fritta. E con l’aria fritta è molto difficile nutrirsi, contrariamente a quanto avviene con l’accesso a lavori ben pagati.

Matteo Rovatti

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8 Commenti

  1. X me invece avrebbe senso come sussidio fino a quando un lavoratore non trova un nuovo lavoro. oppure come integrazione a salari cinesi “! vedi i lavoratori di foodora a 400 $ al mese) con cui uno fa letteralmente la fame.

  2. […] Nessuno è buono, l’avevano già capito un paio di millenni fa. Ed ogni volta che partecipate a questo vergognoso giochino hollywoodiano della beneficenza, contribuite a disattivare lo Stato sociale ed a fare il gioco di chi vuole privarvi della vostra dignità come persone. Magari in cambio di un bel “reddito di cittadinanza”, ovvero la cara vecchia elemosina di Stato. […]

  3. ….il cosiddetto ”sussidio di disoccupazione” esiste in TUTTTI i paesi civili, degni di tal nome…C’è poco da cianciare a vanvera…

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