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Roma, 24 lug – La riforma fiscale si può fare? Si deve fare. Come? Il ministro dell’Economia Daniele Franco, dopo un’intera carriera ai vertici delle amministrazioni finanziarie pubbliche, sembra avere le idee molto chiare. Superare di qua e rimodulare di là, per addivenire ad “un provvedimento ampio e organico”, ha spiegato in audizione presso le commissioni finanze di Camera e Senato. Evitando (per ora) nuove patrimoniali e persino l’aumento dell’Iva.



Le buone notizie finiscono qui. Perché se è vero che, almeno nelle intenzioni, l’esecutivo non sembra voler mettere ancora le mani nelle tasche degli italiani, allo stesso tempo non mollerà la presa in termini assoluti. Il concetto è stato spiegato molto chiaramente: “Uno shock fiscale in disavanzo di grande portata non lo ritengo possibile”, ha chiosato Franco. In altre parole: la riforma fiscale si farà, ma non sarà in deficit.

La riforma fiscale: un inutilissimo gioco a somma zero

Un intervento (quasi) senza esborso, dunque. Spostando dal contribuente A al contribuente B il carico fiscale, escludendo a priori di diminuire complessivamente il peso del prelievo dell’erario. Praticamente un gioco a somma zero di cui qualcuno beneficerà solo a patto di andare a colpire qualcun altro. Senza disavanzo di bilancio è d’altronde impossibile modificare l’assetto complessivo del sistema. Il quale resterà dunque estremamente ingordo: al 2019 la pressione fiscale sul Pil si attestava oltre il 42% del Pil, ponendoci al quinto posto tra le nazioni Ocse.

Hai voglia dunque a parlare di (per quanto condivisibilissima) abolizione dell’Irap, di riduzione del cuneo sul lavoro per “facilitare l’aumento dell’occupazione”, di riordino delle agevolazioni. Il nocciolo del problema è sempre lì: se le risorse disponibili saranno, al più, 3 miliardi di euro, l’intervento sarà perfettamente inutile dal punto di vista macroeconomico. Avremo forse una riforma fiscale che risolverà alcune delle (tante) storture, ma rimarrà l’impianto di fondo votato all’avanzo primario a tutti i costi: lo Stato chiamato a togliere dall’economia più risorse di quante ne immette. E’ così da quasi trent’anni. Si chiama austerità.

Filippo Burla

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