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Bologna, 2 feb –  Una brutta tempesta si sta scatenando contro i lavoratori della Saeco di Gaggio Montano sull’Appennino bolognese. Venerdì scorso la Philips, proprietaria dell’azienda emiliana, ha annunciato la futura vendita del settore dei casalinghi che comprende anche la Saeco. Per tutti è stato come un fulmine al ciel sereno. Infatti, lo stabilimento è un polo d’eccellenza. Non si capisce il perché di questa scelta, o per meglio dire le ragioni dell’azienda non hanno convinto nessuno. Vediamo perché.

I dettagli dell’operazione

Frans van Houten, amministratore delegato della multinazionale olandese Philips, ha mandato una mail ai dirigenti dell’azienda che, fino ad allora, erano all’oscuro di tutto. A quanto pare l’azienda punta a creare un’altra società dove mettere dentro il settore dei piccoli elettrodomestici che comprende le macchine da caffè. I sindacati non nascondono le loro perplessità. A quest’ultimi interessa se verrà venduto tutto il gruppo o se ci sarà uno scorporo. La frammentazione dell’azienda comporterebbe inevitabilmente una diminuzione della forza contrattuale delle maestranze.

C’è anche un altro dettaglio fornito dal dirigente della Fim-Cisl Marino Mazzini. Gli olandesi hanno intenzioni di diversificare i loro investimenti, concentrandosi ulteriormente sul settore sanitario. Si tratta di una decisione legittime da parte del colosso di Amsterdam. Tuttavia la politica a partire dagli amministratori locali deve impegnarsi affinché queste scelte non ricadano sulle spalle delle maestranze. I lavoratori di Gaggio Montano hanno pagato con tagli e riorganizzazioni le scelte del management. Eppure, si tratta di una eccellenza del Made in Italy.

Un’azienda sulle montagne russe

La Saeco nacque sull’Appennino bolognese come una piccola impresa. I suoi fondatori furono Sergio Zappella e lo svizzero Arthur Schmed. Nel giro di pochi anni il gruppo crebbe notevolmente. Solo per fare un esempio: nel 1985 fu la prima al mondo a progettare il “bean-to-cup”, un sistema interamente automatico e innovativo per la preparazione dell’espresso italiano dal chicco di caffè alla tazzina. L’acquisizione di Gaggia, nel 1999, ne ha rafforzato la vocazione tutta incentrata a ricercare l’eccellenza italiana per il caffè.

Nel nuovo millennio l’ingresso in Borsa. Una scelta che in un primo momento produsse buoni frutti. Nel 2004 il gruppo viene acquisito dalla Pai Partners, una private equity francese. Sergio Zappella rimane in azienda come presidente con circa il 30% del capitale, Schmed continua a svolgere l’incarico di direttore tecnico con una quota di capitale del 6%. Fu l’anno d’oro: il gruppo registrò un fatturato di 411 milioni di euro, ha un utile di 44 milioni dando lavoro a circa 2 mila dipendenti sparsi in una decina di stabilimenti. Nel 2004 però Saeco si ritirò dalla Borsa con un’offerta pubblica di acquisto che fruttò 215 milioni di euro.

Nel 2009, con l’ingresso di Philips, Saeco diventa un player globale del settore. Gli olandesi credevano molto in questo progetto, ora forse hanno cambiato idea. Nel 2016, infatti, Nicholas Lee, l’ad di Saeco International disse: “La fabbrica Saeco di Gaggio Montano resta aperta e resta il centro di eccellenza mondiale delle macchine automatiche da caffè espresso del gruppo Philips tanto da investirci altri 23 milioni di euro”. Si susseguirono poi altri avvicendamenti societari che come stiamo vedendo non hanno contribuito alla stabilità dell’azienda. Oggi Amsterdam si prepara a vendere.

L’ennesima crepa del tessuto industriale emiliano

La vicenda Saeco non è tuttavia un caso isolato in una regione ricca come l’Emilia Romagna. Non solo per la presenza di multinazionali straniere a cui ormai (purtroppo) siamo abituati. Il tema non è stato sufficientemente affrontato né dal centrodestra sconfitto, né dal vincente (si fa per dire) Stefano Bonaccini.

La Regione è stata coinvolta in una sessantina di vertenze (di cui una decina direttamente al ministero dello Sviluppo Economico). Stiamo parlando di Ferrarini, Stampi Group, Demm, Berco, Alpi Legno, l’ex Bredamenarinibus, la Tecno, il Gruppo Artoni, Mercatone Uno e Berloni. Troppe zavorre per un territorio che rappresenta il traino del Made in Italy. Il potere contrattuale delle istituzioni locali si indebolisce. I risultati, infatti, sono mediocri: a inizio 2019 su 12.500 posti di lavoro a rischio ne erano stati salvati oltre 8mila, con l’eliminazione però di quasi 4.500 posti. Certo stiamo parlando di crisi aziendali che sono poca cosa rispetto ad Alitalia o all’Ex Ilva. Non bisogna, però, sottovalutare casi come quello della Saeco. Infatti, quando il solaio comincia a scricchiolare bisogna intervenire tempestivamente prima che il tetto ci crolli addosso.

Salvatore Recupero

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