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Tabella 7 dell’ultimo rapporto Abi: andamento delle “sofferenze bancarie”

Roma, 18 giu – In fondo ci avevamo sperato tutti, che il modestissimo +0,3% del Pil registrato nel primo trimestre 2015 fosse solo l’inizio di una ripresa più sostenuta e duratura dopo anni di sofferenze, nonostante sia fattori strutturali di lunga data – denatalità e immigrazione in primo luogo – sia elementi più congiunturali quali gli effetti degli stock, la caduta dei consumi interni, l’impressionante tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, la contrazione della spesa pubblica a prescindere e cioè l’austerità imposta da Renzi e Padoan, congiuravano tutti contro il futuro dell’economia nazionale.



Puntuale arriva la doccia gelata dall’ultimo rapporto mensile dell’Abi (Associazione bancaria italiana) reso diffuso ieri.

Se nel primo quadrimestre 2015 (gennaio-aprile) si sono registrate maggiori erogazioni di prestiti bancari sia alle imprese che alle famiglie (circa 11% rispetto allo stesso periodo del 2014), a maggio il totale dei finanziamenti in essere a famiglie e imprese ha presentato una variazione negativa dello 0,6% nei confronti dello stesso mese del 2014, una diminuzione già avvertita in aprile (-0,9%), nonostante che i tassi d’interesse siano scesi al minimo storico del 3,44% (era il 3,49% in aprile). Cosa che – se potrebbe far sorridere i debitori di mutui – in più ampia prospettiva stride con il 6,18% di fine 2007 quando l’economia cresceva ancora, segno che le attese sulla produttività degli investimenti sono letteralmente crollate, senza segnali di inversione.

Se nei primi tre mesi del 2015 le attese per il quantitative easing promosso dalla Banca centrale europea di Mario Draghi hanno probabilmente stimolato la concessione di prestiti, i fondamentali dell’economia reale hanno riportato tutti alla dura realtà, con il dato più scioccante in assoluto presentato dall’Abi: “A seguito del perdurare della crisi e dei suoi effetti, la rischiosità dei prestiti in Italia è ulteriormente cresciuta, le sofferenze lorde sono risultate ad aprile 2015 pari ad oltre 191,5 miliardi, dai 189,5 miliardi di marzo 2015. Il rapporto sofferenze lorde su impieghi è del 10% ad aprile 2015 (8,8% un anno prima; 2,8% a fine 2007), valore che raggiunge il 16,8% per i piccoli operatori economici (14,9% ad aprile 2014; 7,1% a fine 2007), il 16,9% per le imprese (14,2% un anno prima; 3,6% a fine 2007) ed il 7,2% per le famiglie consumatrici (6,5% ad aprile 2014; 2,9% a fine 2007). Anche le sofferenze nette registrano ad aprile 2015 un aumento, passando da 80,9 miliardi di marzo a 82,3 miliardi di aprile. Il rapporto sofferenze nette su impieghi totali è risultato pari al 4,56% ad aprile 2015 dal 4,42% di marzo 2015 (4,23% ad aprile 2014; 0,86%, prima dell’inizio della crisi)”.

Un quadro decisamente disperato, che vede la piccola impresa e le partite Iva in testa nella classifica dei prestiti improduttivi (non restituibili), seguiti dalle imprese maggiori e infine dalle famiglie che, pure in un trend discendente (sofferenze aumentate del 150% dal 2007), assorbono relativamente meglio il colpo grazie al risparmio accumulato nel periodo pre-crisi. Piccoli patrimoni privati che, però, si stanno erodendo a velocità crescente.

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Esempio di comunicazione bancaria appena arrivata a una piccola correntista

Una situazione ormai letteralmente sotto gli occhi di tutti, o almeno dei milioni di correntisti bancari che hanno ricevuto la comunicazione sull’aumento dei tassi debitori sui conti in rosso o extra-fido, motivato proprio “in relazione al deterioramento della qualità del credito e all’incremento del rischio sugli impieghi rilevato sul mercato nel periodo tra il 31/10/2014 e il 31/03/2015, ed evidenziato dai dati sui crediti in sofferenza”. Più chiaro di così…

Contestualmente, anche gli indici di fiducia nelle prospettive dell’economia, timidamente risaliti nel primo trimestre dell’anno, crollano nuovamente sia ad aprile che a maggio: “L’indice di fiducia dei consumatori scende: a maggio 2015 si è portato a -8,9 da -7,1 del mese precedente”, scrive l’Abi.

Del resto, il debito pubblico continuava a crescere già in marzo, nonostante l’aumento dei prestiti bancari e della fiducia, segnale che immettere capitali creati dal nulla in un’economia bloccata e priva di investimenti produttivi non fa che aumentare le bolle speculative azionarie e il carico debitorio non restituibile sulle spalle sia dei beneficiari dei prestiti – imprese e famiglie – sia nei confronti delle stesse banche.

Francesco Meneguzzo



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