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Roma, 23 mag – Con la chiusura oltre le più rosee aspettative dell’asta per il Btp Italia destinato al finanziamento delle spese – dirette e indirette – legate all’epidemia di coronavirus, il nostreo debito pubblico supera una prova importante. Mettendo implicitamente a tacere una volta per tutte qualsiasi voce sulla necessità di dover attendere l’Unione Europea, le sue lungaggini burocratiche e le sue condizioni capestro per poter recuperare le risorse necessarie alla nostra economia.

Btp Italia batte Ue

Benintenso: il successo del collocamento del Btp Italia non esclude che il governo, nel livore più biecamente europeista che contraddistingue alcuni suoi esponenti (il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri su tutti), possa comunque richiedere di accedere al Mes cosiddetto “light”che leggero non è e non lo sarà mai – o di sposare in toto la linea del Recovery Fund con il quale Bruxelles si appresta ancora una volta a prestarci a strozzo i nostri soldi. Pur tuttavia, ha almeno il pregio di eliminare dal dibattito ogni residua voce sulla presunta, improrogabile necessità di adire strumenti comunitari il cui unico fine – ricordiamolo – è quello di portarci dritti verso il commissariamento.

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L’insulso paragone tra Btp Italia e Mes

In attesa di capire come sarà strutturato il Recovery Fund – per non dire di comprendere bene quanto dovremo rimetterci – il parallelo tracciato negli ultimi è stato quello tra il Btp Italia e il Meccanismo europeo di stabilità. La logica sottesa al ragionamento era: se possiamo affidarci alle cure del Mes ad un tasso irrisorio, perchè pagare di più per indebitarci con Titoli di Stato ordinari?

Se il ragionamento sembra filare – il tasso finale del Btp Italia è stato fissato all’1,4% (più una componente variabile legata all’inflazione) – in realtà sbaglia nel metodo perché confronta le proverbiali mele con le pere. Il Btp è uno strumento a tasso fisso mentre al Mes si accede ad un tasso che può essere approssimato ad un variabile. Il Meccanismo non ha infatti a disposizione i fondi per intervenire immediatamente, ma raccoglie la provvista sul mercato e continua a farlo per le sue costanti esigenze di rifinanziamento durante tutta la durata delle operazioni di prestito. Al di là del (corrente) 0,1% il Mes, insomma, è sempre esposto al rischio di mercato. Il Btp Italia – al netto della componente inflazione – no.

In secondo luogo, ritorna sempre il discorso sulle condizioni sottese al prestito. Condizioni che, anche nella versione più recente del Mes, spuntano come funghi in ogni dove. Al contrario, il Btp Italia non presenta alcun vincolo – tanto più che sono risorse che nella stragrande maggioranza rimangono nel nostro circuito economico nazionale, senza finire nelle casse di un’istituzione di diritto lussemburghese – nessuna rendicontazione da fornire con il cappello in mano ad un oscuro burocrate europeo, non segnala il rischio che abbiamo perso l’accesso ai mercati. Al contrario: rispetto ai picchi di due mesi fa, con la chiusura di ieri sotto i 215 punti base, lo spread si è ridotto di oltre il 30%. Merito non del Btp Italia, certo, ma nemmeno del Mes. Si guardi più che altro alla Bce, che quando tenta di far finta di fare il suo lavoro si ricorda qual è il compito di una banca centrale.

Filippo Burla

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