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Roma, 27 giu – La chiamano già “la Parmalat tedesca”. Le dimensioni forse non sono confrontabili, anche se parliamo di miliardi letteralmente spariti (o mai esistiti?) nel nulla, ma la sostanza resta: la vicenda Wirecard getta una luce sinistra sull’economia della Germania. E non è certo il primo (né sarà l’ultimo) scandalo che travolge la presunta superiorità morale tedesca.

Wirecard: 1,9 miliardi spariti

Meno di una settimana. Tanto (poco) è durata l’agonia di Wirecard, la “Paypal tedesca”, società di gestione dei pagamenti elettronici e di carte di credito. I problemi sono iniziati quando la società di revisione Ernst & Young ha rifiutato di certificare il bilancio (la cui approvazione era continuamente rimandata) 2019, “viziato” da un buco da 1,9 miliardi – circa un quarto del totale dell’attivo – che l’azienda fantasticava depositati in alcuni istituti di credito delle Filippine. Ne sono seguiti giorni convulsi, con le dimissioni dell’amministratore delegato (nonché fondatore) Markus Braun, in seguito arrestato e rilasciato su cauzione mentre Wirecard viaggia ormai spedita verso il fallimento.

Nel frattempo le azioni della società – la prima, fra quelle quotate sull’indice Dax (che raggruppa i 30 titoli a maggior capitalizzazione) della borsa di Francoforte – collassavano: da quasi 100 euro (ma a settembre 2018 sfiorava i 200) a poco più di 1, con migliaia di investitori e numerose banche finite letteralmente azzerate. Facendo così sorgere più di qualche dubbio sull’attività della Bafin, l’autorità di vigilanza deputata al controllo dei mercati azionari tedeschi, che per bocca del suo presidente Felix Hufeld non ha potuto far altro che ammettere: “È un completo disastro e una vergogna quello che è accaduto”.

Il focolaio di coronavirus alla Tönnies

Solo un’eccezione nel mare magnum di quella che è la prima economia del vecchio continente? Forse, ma perfettamente idonea a confermare la regola: la Germania poggia su basi che definire fragili (e quindi pericolose) è dir poco.

Prova ne sia un’altra vicenda che, negli stessi giorni di Wirecard, sta scuotendo il sistema produttivo – e sanitario – di Berlino. Parliamo della Tönnies, uno dei più grandi macelli d’Europa, epicentro di un focolaio che ha portato ad una nuova serrata in due distretti del Nordreno-Vestfalia, dove risiedono oltre mezzo milione di persone. Nel mattatoio si sono infatti registrati oltre 1500 casi di positività, principalmente dovuti ad una gestione del personale – in buona parte lavoratori stranieri che vivono stipati nei dintorni dello stabilimento, in spregio a qualsiasi norma di sicurezza – che definire al massimo ribasso in termini di diritti è dire poco.

Sottomarini e aeroporti: le beffe alla Grecia

La Germania, d’altronde e non senza una coerenza di fondo, quando si tratta di austerità l’ha largamente (auto)sperimentata sulla propria pelle prima di imporla agli altri. Il caso più noto alle cronache è quello della Grecia. In quanti però conoscono la storia dei sottomarini che i tedeschi hanno venduto al governo ellenico? O degli aeroporti della penisola che hanno invece preso la direzione contraria?

Correva l’anno 2009 quando l’allora premier, Kostas Karamanlis (alla fine del suo mandato), decise di ordinare alla ThyssenKrupp quattro sottomarini. Una normale spesa militare per una nazione che da anni deve fare i conti con un vicino come la Turchia che non ha mai nascosto le sue mire sul mar Egeo. Peccato che l’acquisto fosse stato “incentivato” dal pagamento di una mole non indifferente di tangenti versati dal produttore tedesco che i sottomarini siano stati consegnati incompleti e con più di qualche problema di galleggiamento. Non solo: il perfezionamento del contratto, pagamenti compresi, è avvenuto negli anni successivi, con la Grecia ormai sotto tutela della Troika e costretta ad effettuare ulteriori acquisti di materiale bellico (ne beneficiò anche la Francia) come contropartita per poter accedere agli “aiuti”.

Il ricatto si replicato pochi anni dopo, con Atene alle prese con l’ennesima tranche di aiuti che un riluttante parlamento tedesco ha approvato solo dopo che il governo Tsipras ha pubblicato in gazzetta ufficiale il decreto di avvenuta cessione di 14 aeroporti regionali. Chi li ha comprati? Guarda un po’: Fraport, la società che gestisce lo scalo di Francoforte.

La tragicomica vicenda del nuovo aeroporto di Berlino

Vien da dire, per fortuna dei greci, che ad aggiudicarsi la (s)vendita non è stata Flughafen Berlin Brandenburg, la partecipata degli omonimi Land (e del governo federale) che, oltre ad operare le aerostazioni di Tegel e Schönefeld, è da oltre vent’anni impegnata nella realizzazione del nuovo aeroporto della capitale Berlino-Brandeburgo.

Risalente come progetto alla seconda metà degli anni ’90, inizialmente doveva aprire nel 2007. Una serie di grossolani errori di progettazione hanno tuttavia rimandato continuamente la sua inaugurazione, che dovrebbe tenersi nell’autunno di quest’anno. Oltre 10 anni dopo il previsto e con costi pressoché quintuplicati. Roba da far impallidire le vicissitudini della metro C di Roma.

Filippo Burla

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