Parigi, 19 ott — Dhabia B., l’immigrata di origine algerina che ha confessato lo stupro, la tortura e infine l’omicidio della dodicenne parigina Lola Daviet, non avrebbe dovuto trovarsi in Francia. Secondo quanto riportato da Europe1 la 24enne si trovava in una situazione di irregolarità sul territorio francese, essendo destinataria di un provvedimento d’espulsione scaduto il 21 settembre. È stata incriminata per omicidio, stupro, atti di tortura e barbarie per avere rapito, costretto ad atti sessuali, ucciso per soffocamento e fatto scempio del cadavere della piccola Lola nella giornata di venerdì scorso, presumibilmente per vendicarsi di un litigio avuto con la madre della vittima. Si trova attualmente in carcere.

La donna che ha confessato l’omicidio di Lola era stata espulsa 

Secondo le informazioni raccolte dalla stampa francese Dhabia B. era entrata legalmente in Francia nel maggio 2016, ottenendo un permesso di soggiorno per «studentessa straniera» e si era successivamente iscritta a un corso di formazione Cap Ristorazione. L’ufficio immigrazione — fulgido esempio di efficienza — perde gradualmente le sue tracce per diversi anni. Fino al 21 agosto scorso, quando viene fermata all’aeroporto di Orly, mentre cerca di raggiungere l’area dei voli internazionali, a sua detta «per raggiungere un amico all’estero». Sprovvista sia di biglietto aereo sia di documenti d’identità validi viene arrestata dalla polizia. I servizi del ministero dell’Interno decidono di espellerla lo stesso giorno, assegnandole un Oqtf (Obbligo di lasciare il territorio francese entro 30 giorni) secondo il quale è sottoposta d obbligo di ritornare in Algeria prima del 21 settembre.

Nessuno all’immigrazione la fa espellere

Ciononostante, nessuno all’immigrazione richiede l’intervento delle autorità per prelevare  Dhabia ed espellerla. Morale: se l’Oqtf fosse stato eseguito correttamente, il 14 ottobre, giorno dell’assassinio di Lola, la 24enne algerina non si sarebbe trovata in Francia, a Parigi. E Lola sarebbe ancora in vita, e non in una cella d’obitorio dopo essere stata trovata nuda in baule di plastica, semidecapitata, massacrata a forbiciate e con la bocca tappata dal nastro adesivo. Un delitto talmente atroce da spingere la stazione di polizia del 19° arrondissement di Parigi ad aprire uno sportello di aiuto psicologico per tutti gli agenti di polizia coinvolti nel caso. 

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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