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Pietro Vierchowod, lo zar della marcatura a uomo

by Marco Battistini
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Roma, 6 apr – Sono venticinque anni o poco più, ne sembrano passati almeno il doppio. È vero nell’era del digitale tutto corre più veloce, forse anche il pallone. C’è però un divertente – almeno per noi incalliti calciofili – video su You Tube in cui Ronaldo e Pietro Vierchowod danno vita a una vera e propria partita nella partita. Il brasiliano, esplosivo ventiduenne dagli strappi supersonici, si ritrova a dover fare i conti con un a dir poco ostico trentanovenne. Finte, controfinte e colpi proibiti. L’ABC del pallone per aspiranti difensori e provetti attaccanti.

“Il miglior marcatore della storia”

In quella sera di fine millennio il Fenomeno segnerà solo su rigore guadagnato da un giovanissimo Pirlo. Lo stopper piacentino era riuscito a limitare – con le buone e con le cattive – il miglior giocatore dell’epoca. È il calcio che piace a noi in fondo. Non di certo una novità per il marcatore di Calcinate. Uno che dalla profonda provincia lombarda – dove è nato il 6 aprile 1959 – finirà per normalizzare gente del calibro di Van Basten e Maradona. Proprio il Pibe de Oro, dopo una chiusura fulminea, ammise che al roccioso stopper mancasse solo la pelle verde per essere identico a Hulk. Christian Vieri, un altro abituato a mangiare pane e difensori, soprannominò la pressante fidanzata Elisabetta Canalis «Pietro, come Vierchowod». Qualche tempo dopo Bobo lo definirà “il miglior marcatore della storia”.

Figlio di un militare ucraino – da qui il soprannome Zar – il nostro si distinse per carattere spartano, ferrea disciplina, spiccata fisicità e cultura del lavoro. Riuscì a sgrezzare gli iniziali limiti tecnici e adattarsi già trentenne alla nascente difesa a zona.

Pietro Vierchowod: gli esordi e lo scudetto della Roma

Dopo gli esordi in Serie D con la maglia della Romanese passa, ancora minorenne, al Como. Con i lariani compie quindi il doppio salto dalla terza serie alla A. In maglia biancoblu conquista la salvezza, attirando su di sé le attenzioni delle squadre maggiori. Se lo assicura la Sampdoria, che però lo gira in prestito alla Fiorentina. In Toscana lo Zar sfiora la vittoria del campionato 1981/82. Lo scudetto arriva comunque la stagione successiva, quando veste – ancora a titolo temporaneo – la casacca della Roma. Aneddoto capitolino: particolarmente colpito dalla “dieta” dei colleghi durante il ritiro (pizza, wurstel e birra), fu Roberto Pruzzo a indicargli la strada per integrarsi al meglio con l’ambiente giallorosso: «puoi fare quello che vuoi, l’importante è che la domenica rendi, altrimenti ne paghi le conseguenze. Regolati da solo».

La lunga storia d’amore blucerchiata

Dopo due ottime annate giunge il momento di “tornare” in blucerchiato, ovvero nella squadra che un paio di stagioni prima aveva investito nel cartellino. Quella tra Pietro Vierchowod e la Sampdoria è una una storia d’amore lunga dodici anni. Un racconto di calcio giocato e promesse tra uomini. Come il patto di ferro tra lo Zar e gli altri senatori dello spogliatoio: nessuno avrebbe lasciato il baciccia senza aver prima raggiunto l’impensabile.

Ossia lo scudetto, vinto nel 1990/91. E poi quattro volte la Coppa Italia, la Coppa delle Coppe. Con l’amaro rimpianto della Champions League, ovvero l’amarissima finale di Wembley. Ma anche in questo caso si rifarà. Andando a prendersi, in forza alla Juventus, il trofeo dalle grandi orecchie. A trentasette anni suonati l’ultimo atto dell’Olimpico contro l’Ajax diventerà una delle migliori gare giocate in carriera. Dopo l’annata torinese eccolo al Milan. Infine il triennio conclusivo di Piacenza, sempre in Serie A.

Azzurro dal 1981 al 1993 vinse il mondiale in terra di Spagna – pur non scendendo mai campo – e la medaglia di bronzo a Italia ‘90. Avrebbe dovuto fare l’idraulico, ha scritto una bellissima pagina di calcio all’italiana.

Marco Battistini

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