Roma, 25 lug – “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra“, cantava beffardo Giorgio Gaber, evidenziando già nel lontano 1994 la perdita di identità (e credibilità) della partitocrazia italiana. Trent’anni dopo, nel bel mezzo di una caldissima estate con nuove elezioni alle porte, i due termini politici sono ancora lì, svuotati di qualsivoglia significato, a dividere gli schieramenti nella forma più che nella sostanza. Sembra di assistere, ormai da anni, a un ritorno all’origine della distinzione, a quando cioè la Rivoluzione francese decretò la nascita della destra e della sinistra basata semplicemente sulla disposizione dei posti a sedere nel Parlamento. Allora però sussistevano visioni della nuova società che si scontravano sul serio, oggi molto meno. Prova ne sia la scelta di una certa sinistra, sposata dagli scissionisti di Forza Italia, di invocare il così definito Fronte Repubblicano.

Ma cos’è il Fronte Repubblicano? 

Vecchio pallino di Carlo Calenda, che quattro anni fa se ne uscì con un manifesto pubblicato da Il Foglio in cui parlava proprio di “alleanza repubblicana”. Formula, anche questa, che di per sé vuol dire tutto e niente. C’è forse qualche partito – o coalizione – che candidandosi alle elezioni non si riconosce nella Repubblica italiana? Qualcuno intravede monarchici? In questo senso le attuali compagini sono tutte inevitabilmente “repubblicane”, l’unico richiamo “suggestivo” che può evincersi è al Partito Repubblicano americano. A meno che qualcuno non pensi sul serio al vecchio Pri, il Partito repubblicano italiano un tempo guidato da La Malfa.

Nella scelta del nome c’è dunque un’incredibile antinomia intrinseca, che nel 2018 i più fecero sin troppo facilmente notare a Calenda: negli Stati Uniti il Partito Repubblicano si contrappone a quello Democratico, rifacendosi a conservatorismo e liberismo. Per quale motivo allora le forze che ruotano attorno al Partito Democratico di casa nostra, sorto dalla rincorsa veltroniana al successo elettorale di Obama, dovrebbero definirsi “repubblicane”? Mistero terminologico, in assenza di idee e programmi forti. Per quanto altrettanto vuoti concettualmente, i termini “progressismo” e “riformismo” mantenevano una parvenza di senso, un vago richiamo al post socialismo, un barlume di socialdemocrazia in salsa scandinava. Oggi siamo invece di fronte a una sinistra in crisi esistenziale che neppure riesce a darsi un nome credibile. E pretende pure di essere seguita, in questo navigare a vista, dai suoi storici elettori. Suvvia, un minimo di serietà.

Eugenio Palazzini

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