Roma, 19 dic – Il “decreto Ong” prende forma e dovrebbe essere emanato nelle prossime settimane, a quanto rileva l’Ansa. All’interno di esso, oltre all’ormai ribadito “codice di condotta” per le presunte navi umanitarie, ci sarà anche una disposizione sulla loro preferenza e sulle solite, discusse necessità di essere presi in caro dagli Stati di bandiera delle navi.

Decreto Ong, il tentativo di “indirizzare” gli sbarcati

In buona sostanza, nel decreto Ong sarà previsto che i soccorritori chiedano immediatamente ai clandestini a bordo di manifestare interesse sul programma di protezione internazionale dei migranti. Lo scopo sarebbe, come al solito, quello di fare in modo che il Paese di bandiera della nave si faccia carico dei clandestini. Il dettaglio non irrilevante, però, è che tale presa in carico dovrebbe avvenire successivamente allo sbarco, che tanto per cambiare nella stragrande maggioranza dei casi avverrà ancora in Italia. Il porto di sbarco dovrà essere, inoltre, richiesto immediatamente dopo il salvataggio.

Il sottosegretario all’Interno, Nicola Molteni, poi, parla anche del cosiddetto “codice di condotta” : “La norma è pronta, spero che entro fine anno il decreto sul codice per le ong possa essere pronto. Con questo decreto verranno penalizzate quelle ong che non rispetteranno norme comportamentali che verranno inserite nel provvedimento”. Per poi aggiungere: ì”Bisogna definitivamente distinguere tra le missioni di salvataggio e le attività di ricerca sistematica. Si tratta di una serie di regole comportamentali che si desumono da convenzioni internazionali e prevedono l’obbligo del coordinamento di salvataggi non autonomi e sistematici: non si possono tenere i migranti in mare per settimane. Chi viola le norme incorrerà prima in sanzioni amministrative, poi se reitera anche in fermi amministrativi, fino alle confische delle navi da parte dei prefetti”.

Un approccio ancora una volta debole

La conclusione che si trae da un tentativo del genere è piuttosto sconfortante: il governo non riesce a fermare le navi Ong. In particolar modo, non riesce a impedirgli di entrare nei mari italiani e di attraccare nei porti italiani. Un’evidente debolezza, dovuta certamente a tutta una serie di limitazioni alla sovranità territoriale che – non prendiamoci in giro – affliggono lo Stato italiano seppur in via indiretta: dallo stigma internazionale, alla minacce inerenti presunte disumanità per i respingimenti, gli immancabili ricatti morali e il potere in termini di “marketing umanitario” di cui godono queste organizzazioni. Lo abbiamo visto, d’altronde, con il caso di Carola Rackete, quando ministro dell’Interno era Matteo Salvini. Lo vediamo, in modo forse più sconfortante, oggi con Matteo Piantedosi.

La netta sensazione è che l’esecutivo stia tentando disperatamente di evitare queste accuse e di provare a dirottare i clandestini successivamente agli sbarchi: una strategia che difficilmente porterà a buoni frutti. Gli Stati di bandiera, con tutta probabilità, continueranno a rifiutare i clandestini, a prescindere dal fatto che il governo imponga una dichiarazione a questi ultimi quando sono ancora a bordo o meno. Resterà sostanzialmente un pezzo di carta. E nel frattempo, gli sbarchi verso l’Italia proseguiranno indisturbati come continuano a fare, non solo nei porti meridionali (l’ultimo arrivo di ieri è avvenuto a Livorno, con 63 clandestini trasportati dalla nave Sea Eye).

Alberto Celletti

 

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