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Bologna, 27 gen – Breve riflessione su alcuni dati elettorali relativi all’Emilia Romagna. Il centrodestra ha perso. Cercare di tirare fuori i numeri delle elezioni corrispondenti del 2014, con l’obiettivo di sottolineare l’aumento dei voti di Lega e compagnia, non ha alcun senso politico. L’obiettivo dichiarato era “liberare l’Emilia Romagna” e dare la spallata decisiva al governo giallofucsia. Obiettivo mancato. Ma, soprattutto, obiettivo nemmeno sfiorato. La sfida tra Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni non è finita, per dire, 48,3 % a 47,4 %, ma con 8 punti di vantaggio per il candidato piddino, che vince con il 51,42% contro il 43,63% raccolto dalla senatrice leghista. Ben 180 mila voti di distacco. Vogliamo dire che comunque è già una grande vittoria aver spaventato per la prima volta la sinistra nella roccaforte rossa per antonomasia? A Roma si direbbe che è un po’ come “ariconsolasse co l’ajetto”.

Salvini ha poco da rimproverarsi

Chiariamoci. Matteo Salvini ha fatto una campagna elettorale commovente, ha battuto la regione comune per comune e non si è risparmiato un secondo. La sua scelta aggressiva era l’unica possibile, anche in comunicazione alcune operazioni al limite, su tutte l’ormai celebre citofonata, non sono state la causa della sconfitta. Polarizzare su se stesso la campagna in questo modo e trasformare il voto in una sorta di referendum nazionale aveva un senso. E allora perché il centrodestra è andato poco oltre il miglior risultato di sempre nella Regione, quel 40% preso da Gabriele Canè nel 2000, e soprattutto perché Stefano Bonaccini ha addirittura migliorato la percentuale ottenuta cinque anni fa, passando dal 49 al 51 per cento?

Lucia Borgonzoni: un candidato debole

La prima ragione è che quella di Lucia Borgonzoni era una candidatura debole. I numeri lo dimostrano. Bonaccini come presidente ha preso tre punti in più del totale delle liste della sua coalizione, che tutte insieme valgono il 48,12%. La lista collegata a lui, “Bonaccini presidente”, ha preso quasi il 6%. Per la Borgonzoni vale esattamente il contrario. La sua coalizione ha preso complessivamente il 45,63%, due punti in più rispetto al suo nome come ipotetico governatore. La lista collegata, “rete civica Borgonzoni presidente”, ha preso appena l’1,73%. Che Bonaccini come governatore fosse percepito generalmente come più preparato della Borgonzoni è un dato acquisito. Anche per questo Salvini l’ha oscurata scientemente fino alla fine della campagna elettorale. Perché allora il “transfer” da Borgonzoni a Salvini non è riuscito del tutto?

Regionali roccaforte degli apparati

Perché le elezioni regionali sono l’ultima roccaforte degli apparati, dove il voto d’opinione non è mai sufficiente senza un voto di “struttura”. Anche più di quanto accade con le comunali, dove girano meno soldi e si hanno meno poteri in caso di elezione (e soprattutto ci sono più grane perché si ha maggiore contatto diretto con i cittadini). Non è un caso che il Movimento 5 Stelle, anche all’apice del consenso, alle regionali sia sempre andato male. E nell’Emilia Romagna, dove l’apparato è fortissimo, radicato e soprattutto funziona, non riuscire a mettere in campo una candidatura credibile sul piano di un possibile “buon governo” è stato un handicap. Se Salvini ha imposto la Borgonzoni con tale convinzione con l’obiettivo di catalizzare su di sé il voto emiliano romagnolo, soprattutto per dinamiche di egemonia all’interno del centrodestra, ha probabilmente sbagliato.

Bologna decisiva

C’è poi la questione della frattura tra centro e periferia che ritorna ancora una volta. E questa volta è tutta a discapito dei “populisti”. E per centro questa volta non si intendono solo i comuni principali, ma proprio il centro nevralgico del potere rosso. La sola provincia di Bologna, con oltre mezzo milione di votanti, da sola conta quasi un quarto del totale dell’Emilia Romagna. Qui è finita 60 a 35 per Bonaccini. I voti di distacco tra il piddino e la Borgonzoni sono più di 130 mila. Considerando che in totale i voti di distacco in tutta la regione sono 180 mila, si può dire che gran parte delle elezioni il centrodestra le ha perse a Bologna. Dati ancora più estremi se si analizza il solo territorio comunale del capoluogo di regione, dove con il 65% il centrosinistra collezione 100 mila voti in più degli avversari.

Più struttura, meno situazionismo

Dati non molto dissimili a Modena e Reggio Emilia, che insieme a Bologna tirano la volata a Bonaccini. Segno che Salvini è riuscito sì a creare un grande movimento d’opinione sull’idea di un possibile cambiamento storico in Emilia Romagna, ma in realtà il cuore del potere rosso non è stato minimamente intaccato. A Salvini resta la periferia della regione, ma Piacenza, Ferrara e compagnia non bastano. In Umbria il cambiamento era arrivato per due fattori: l’implosione del sistema rosso su se stesso, palesato dallo scandalo che ha investito la giunta di Catiuscia Marini e la caduta, ben prima delle regionali, sul piano comunale di tutte le roccaforti rosse: Perugia e Terni in primis. In Emilia Romagna il potere rosso è strutturato molto meglio e tiene botta. E’ bastato mobilitarlo e ravvivarlo un po’ con l’operazione sardine e il risultato è venuto da sé. Per Salvini e chiunque voglia provare ad opporsi alla sinistra ma anche al pensiero unico in genere una lezione importante: il situazionismo non basta, è ora di creare un contropotere reale. Sempre se qualcuno ne ha voglia.

Davide Di Stefano

3 Commenti

  1. mi auguro che Salvini legga questo editoriale. Per il suo bene
    Se sbaglierà anche in Toscana, non avrà più scuse.

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