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Roma, 6 feb – È una sorta di contrappasso. La logica cialtrona rivendicata dai grillini, e innalzata come un vessillo, dell’uno-vale-uno sta conducendo l’Italia verso un nuovo governo grosso modo tecnico. Qualcosa che niente ha a che vedere con il principio democratico della rappresentanza.

A rigor di logica, sempre che ve ne sia una, una nazione dovrebbe essere governata da chi vince le elezioni. Le quali dovrebbero sfociare in un risultato che renda più praticabile possibile l’arte di governare. Noi siamo agli antipodi da tutto ciò. Le leggi elettorali vengono studiate a tavolino per mettere in bastoni fra le ruote all’avversario dato per vincente.

Il commissariamento travestito

Eppoi accade quel che sta accadendo oggi, motivo per cui un Matteo Renzi che cinque anni fa si stracciava le vesti. Un partitino da prefisso telefonico tiene inchiodato l’intero Paese ai suoi desideri e alle sue macchinazioni. Se al tutto si aggiunge la massiccia dose di partigianeria ideologica dei capi di Stato che negli anni hanno sempre ostacolato la presa di potere tramite libere elezioni della destra, si giunge al risultato di oggi. Ossia di un commissariamento vero e proprio. Tramite governo tecnico.

Uno degli aspetti più eclatanti, e se si vuole anche ironici, è quello detto all’inizio. Lo scivolamento verso il governo dei migliori dopo aver subito il governo degli improvvisati. Ci si domanda se sia necessario tutto questo, se in qualche modo l’Italia meriti questo trattamento in stile elettroshock tramite il quale alla politica viene data una scarica elettrica tremenda ogni qualvolta si renda incapace di esprimere le capacità necessarie per governare la nazione. Oppure se non si sia ormai assuefatti a questo meccanismo indecente che stabilisce il principio per il quale debbono essere sempre presenti le ombre di un plotone di esperti. Pronti a soppiantare il governo politico fatto di inetti.

Si tratta di una realtà obiettivamente inaccettabile e di un principio che sposta la democrazia italiana sul bordo del precipizio della crisi della democrazia rappresentativa. Per quanto sia evidente che nessuno avrebbe dubbi su chi nominare premier tra Draghi e Di Maio, o comunque a chi tra i due affidare una certa dose di fiducia, risulta grottesco lo stato d’emergenza in cui versiamo per il quale sono richieste doti particolari introvabili in Parlamento. E allora, cosa ci sta a fare?

Per il governo tecnico ringraziamo il M5S

Gira una battuta eccezionale. Sulla piattaforma Rousseau viene chiesto al popolo pentastellato cosa ne pensi di Draghi, e il 70% dei votanti risponde di credere alla loro esistenza. La realtà non è così lontana da questo sberleffo. E’ bene non dimenticare che la scorsa legislatura era caratterizzata da una quantità indefinita di task force a loro volta piene zeppe di tecnici esperti. Insomma, sulla giostra del governo erano saliti a farsi un giro dei soggetti talmente incapaci e inadatti ad assumersi talune responsabilità da rendersi necessaria l’istituzione di gruppi di studiosi col sol fine di suggerire a chi fosse in quel momento interrogato. Quindi il famoso governo tecnico non inizia oggi con Mario Draghi. Nasce con la scorsa legislatura allorché i vari ministri si sono resi conto di non capirci letteralmente un tubo.

E si sono rivelati così incapaci da non capire neanche che, se ad agosto 2019 avessero evitato di unirsi al Pd nel governo Conte bis, avrebbero disinnescato l’ordigno per il quale oggi siamo tenuti in ostaggio con la minaccia della catastrofe in caso di urne. Mattarella, quello per cui volevano l’impeachment, ha detto chiaramente, in sei minuti su sei minuti e quaranta di discorso, che le urne provocano aumenti di contagio, proprio come è accaduto dove si è votato. Naturalmente le prove di tutto questo non esistono perché è impossibile ricondurre un eventuale aumento dei contagi al singolo evento. Tant’è e tanto basta a tenere vivo il terrore generalizzato derivante dall’ecatombe sanitaria. E siccome uno-vale-uno, non sono riusciti a capire neanche questo.

Lorenzo Zuppini

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