Roma, 1° nov – Ormai il nome è stato fatto: nella corsa al Quirinale, Letta e il Pd hanno scelto Paolo Gentiloni. Per l’ex presidente del Consiglio, ovviamente, sarebbe il coronamento insperato di una carriera politica passata perlopiù dietro le quinte. D’altra parte, Gentiloni non è uno che scalda le masse, tanto che Paolo Mieli gli ha affibbiato il ben poco lusinghiero soprannome «er moviola». In questo senso, sarebbe il perfetto successore di Sergio Mattarella: silenzioso, quasi insignificante, e invece incisivo e talvolta spietato.



La lunga marcia di Gentiloni da Bruxelles al Quirinale

Come ricorda sul Tempo Luigi Bisignani, che di «dietro le quinte» se ne intende, Gentiloni sta tessendo da anni la sua trama per ascendere al Quirinale: «Da Bruxelles, dove è riparato come Commissario europeo, si sta costruendo un monumento che passa da Washington, Parigi e Berlino. Lodi continue dall’ambasciatore francese Christian Masset, memore di quando da Premier voleva regalare un pezzo di mar ligure a Parigi, e dall’ufficio internazionale della cancelleria tedesca a Berlino».

Er moviola e Sleepy Joe

In particolare il rapporto con Biden sembra molto solido. «Sleepy Joe», in effetti, non può aver dimenticato l’esultanza di Gentiloni al momento della sua elezione alla Casa Bianca: «Una giornata indimenticabile per l’Europa e la democrazia. Mi sto abbracciando da solo», twittò l’ex presidente del Consiglio raggiungendo vette cringe mai sperimentate prima. Certo, con Washington non sono tutte e rose e fiori: come spiega Bisignani, «anche se può contare sulla Casa Bianca, che come abbiamo visto non ha portato granché fortuna a “Giuseppi”, le centrali dell’intelligence, con la CIA in prima fila, non perdonano “er moviola” di essere andato da Premier in Cina a baciare la pantofola a Xi aprendo di fatto la “Via della Seta”».

Nepotismo in salsa dem

Ma non c’è solo questo. Gentiloni non si gioca la partita per il Quirinale solo tra le cancellerie estere: se la gioca anche e soprattutto in casa. E qui qualche scheletro nell’armadio può rappresentare un ostacolo insormontabile. Al Colle, in effetti, ha creato non pochi imbarazzi soprattutto una recente mossa del «moviola»: la nomina a capo del Demanio di Alessandra Dal Verme. Chi è costei? Nientemeno che la cognata di Gentiloni. Ma perché proprio il Demanio? Semplice: l’agenzia demaniale è quella che gestisce in prima linea i fondi del Pnrr, cioè il Recovery fund. Quella di Dal Verme, continua Bisignani, è «una nomina denunciata in più interrogazioni parlamentari perché in pieno conflitto d’interesse per il grado di parentela tra un Commissario europeo e un dirigente che deve istruire i progetti per accedere ai fondi».

A parte il solito nepotismo di scuola dem, però, «è sui cosiddetti poli giudiziari, a partire da quello di Bari dove Alessandra Dal Verme ha rimosso il direttore centrale delle gare Massimo Gambardella, che il conflitto di interesse tra Gentiloni e la cognata rischia di far saltare una cospicua quota del Recovery plan destinata all’Italia». Un «gran pasticcio», lo definisce sempre Bisignani, con la toppa peggiore del buco: infatti, la Dal Verme «sta attribuendo una serie di incarichi di struttura senza alcuna selezione pubblica tanto da aver attirato l’attenzione della Corte dei Conti». Se a tutto ciò aggiungiamo le forti resistenze del M5S al suo nome, è chiaro che la strada di Gentiloni per il Quirinale è tutt’altro che spianata. Ma un uomo di tali risorse, c’è da scommetterci, non si arrenderà tanto facilmente.

Valerio Benedetti

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