Roma, 7 nov – ArcelorMittal vuole dettare legge ai danni del governo giallofucsia e dei lavoratori italiani. Le condizioni-capestro poste dalla multinazionale franco-indiana per non lasciare l’ex Ilva di Taranto sono durissime, a partire dai 5mila esuberi. Sull’ex Ilva “è scattato l’allarme rosso. Per il governo il rilancio è una priorità e le richieste di ArcelorMittal sono inaccettabili“. In una conferenza stampa a tarda serata, il premier Giuseppe Conte riassume quella che è una vera e propria guerra tra il governo e la multinazionale dell’acciaio. Come se non bastasse, i giallofucsia restano divisi sull’immunità. “Lo scudo penale è stato offerto ed è stato rifiutato. Il problema è industriale“, sottolinea Conte riferendo che dall’azienda è arrivata una richiesta di “cinquemila esuberi” e chiamando “tutto il Paese e le forze di opposizione alla compattezza”.

Patuanelli: “Incapaci di rispettare il piano industriale”

Per il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli non esiste “una reale motivazione strutturale” nella decisione di ArcelorMittal. Quella dell’ex Ilva “è una vertenza industriale“. L’azienda “ha chiarito sin dal 12 settembre che, a prescindere dagli elementi di contorno, il problema è la loro incapacità di rispetto del piano industriale“, afferma Patuanelli sottolineando che i livelli di produzione sono pari a 4 milioni di tonnellate, con la conseguenza di 5mila persone in meno, quando già quest’anno avrebbero dovuto attestarsi a 6 milioni. “Il piano – dice ancora Patuanelli – è stato proposto in un bando di gara”. “Arcelor Mittal non è in grado di rispettare il suo piano industriale e non possono essere i lavoratori e Taranto a pagare“, fa presente il ministro grillino. “A prescindere da ogni altra condizione la società oggi dice che non riesce a produrre più di 4 milioni di tonnellate e che queste non sono sufficienti a remunerare l’investimento. Ma Mittal ha vinto la gara per Ilva promettendo 6 milioni di tonnellate e 8 milioni dal 2024“.

Le prossime 48 ore saranno decisive

Ecco perché le prossime 48 ore saranno decisive. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto al patron del gruppo Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. “Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori” ma “nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo”, spiega il premier, ma – sottolinea – “l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro“.

Le richieste di ArcelorMittal

Oltre ai cinquemila esuberi, ArcelorMittal chiede quasi la metà dei riassunti a tempo determinato – ricordiamoci che l’azienda è in affitto -, perché la produzione sarà abbassata a 4 milioni di tonnellate dalle 6 previste lo scorso anno; il ritorno dello scudo penale per evitare guai giudiziari durante l’attuazione del Piano ambientale e un provvedimento che permetta di tenere in vita l’altoforno 2, a rischio spegnimento da parte della magistratura il prossimo 13 dicembre per il mancato adeguamento imposto dai giudici già dal 2015. A ben vedere, la multinazionale chiede una riscrittura del contratto firmato un anno fa e una totale blindatura sotto il profilo legale. Altrimenti l’azienda andrà avanti con il recesso e lascerà gli impianti a inizio dicembre. Un diktat inaccettabile per il governo Conte bis.

Le prossime 48 ore saranno decisive

Ecco perché le prossime 48 ore saranno decisive. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto al patron del gruppo Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. “Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori” ma “nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo”, spiega il premier, ma – sottolinea – “l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro”.

Si lavora a un piano B

In merito, la posizione del governo è chiara: ArcelorMittal non rispetta un contratto che si è aggiudicato dopo una gara pubblica. Tanto che fonti dell’esecutivo descrivono il braccio di ferro con l’azienda in questi termini: “Praticamente siamo già in causa“. E nel governo, viste le condizioni proibitive poste dalla multinazionale per restare, si stanno cercando “strade alternative”. Insomma, si sta lavorando a un piano B che non includerebbe la partecipazione di Cassa depositi e prestiti ma che potrebbe portare alla formazione di una nuova cordata. E’ un’ipotesi emersa a tarda notte – secondo quanto riportano le fonti – e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Il governo intanto ha poco da opporre al colosso franco-indiano. “Il nostro strumento al momento è la pressione nel nostro sistema Paese”, sottolinea Conte convocando, per domani pomeriggio i sindacati, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci. “Chiameremo tutto il Paese a raccolta”, insiste il premier, rivolgendosi soprattutto agli alleati della maggioranza.

Lo sciopero di Fiom e Uilm

Il destino di oltre diecimila dipendenti dello stabilimento e, considerato l’indotto, di circa 50mila lavoratori è appeso a un filo. I sindacati sono sul piede di guerra. La Fim Cisl, a vertici in corso, si è mossa autonomamente con uno sciopero immediato che ha trovato un’alta adesione tra gli 8.200 operai di Taranto. E in serata è toccato a Fiom e Uilm che hanno proclamato una nuova giornata di astensione dal lavoro per l’8 novembre con una manifestazione a Roma “per salvaguardare il futuro ambientale e occupazionale del territorio ionico” e “di fronte all’arroganza” di ArcelorMittal e “ad una totale incapacità ed immobilismo della politica”.

Il messaggio dei sindacati è forte e chiaro: la palla sta al governo. Che invece rischia di restare con il cerino in mano.

Adolfo Spezzaferro

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