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Le ragioni del No al referendum: il quesito è posto male

by La Redazione
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referendumRoma, 25 nov – Il peccato originale di questa riforma costituzionale rimane la sua immedesimazione con il futuro del Presidente del Consiglio. Nonostante i governi, più o meno tardi, siano destinati a passare e nonostante, a ben vedere, la stessa identificazione del risultato referendario con la sopravvivenza del governo sia andata via via sfumando i toni della propria assolutezza, senza ombra di dubbio, la vittoria del Si sarà senz’altro spesa come prova della fiducia degli italiani in Matteo Renzi. Già questa considerazione è sufficiente per giustificare una scelta di campo netta, ma ci sono, entrando nel merito della riforma, altri motivi per dire No? In altre parole, non si rischia, ancorando il rifiuto al solo giudizio negativo sull’attività del Presidente del Consiglio, di perdere un’occasione unica per la nostra nazione di rinnovarsi e lanciarsi verso il futuro? Conviene mettere subito da parte alcune ragioni.

Innanzitutto, è necessario giustiziare lo spauracchio della svolta autoritaria, perché, in fin dei conti, è giusto garantire a chi vince le elezioni la possibilità di governare e realizzare il proprio programma. Il problema, piuttosto, è capire come si formano le maggioranze parlamentari, ma questa è materia rimessa alla tribolata legislazione elettorale, che non è compresa nella modifica costituzionale, ma che presto si presenterà all’esame della Corte Costituzionale.

Si può mettere da parte anche l’uso strumentale della paura che è stato fatto in questi ultimi tempi, ogni volta che l’approvazione della riforma costituzionale è stata indicata come la soluzione della crisi economica e di ogni altro problema che affligge l’Italia. Guardare verso il futuro significa superare le contingenze del momento e la validità di un nuovo sistema costituzionale non è inficiata dagli argomenti, più o meno nobili, che i suoi sostenitori spendono per convincere l’elettorato. Allo stesso modo, infine, si può far finta di ignorare il singolare legame tra l’approssimarsi della data fissata per la consultazione elettorale e le promesse di riforme, più o meno prossime alla realizzazione, su aspetti delicatissimi sotto il profilo sociale. Tutte questioni, quelle appena tratteggiate, che, pur influenzando le sorti del referendum, si pongono ai margini del merito della riforma.

E allora venendo proprio a questo, ci si accorge che lo scricchiolio della nuova impalcatura costituzionale inizia a percepirsi proprio nel momento in cui si rivolge lo sguardo alla formula con la quale si presenta al giudizio dell’elettore. Il quesito sul quale si dovrà esprimere il consenso, infatti, lascia presagire l’introduzione di un impianto legislativo molto difficile da gestire. Certo, in via interpretativa le problematiche formulazioni legislative – che per alcuni neppure sono tali – possono essere eliminate, ma rimane comunque il problema che un testo che aspira a orientare la vita istituzionale italiana per i prossimi anni non dovrebbe neppure prestare il fianco a letture che ne intorbidino la chiarezza e, quindi, l’efficacia. Dunque, la lettura del quesito e la scelta di concentrare in un’unica, secca domanda tutte le modifiche da approvare – benché abbia resistito, per motivi di forma, agli attacchi mossi anche in sede giudiziaria – è un’altra motivazione che rafforza la convinzione di dire no.

Si potrebbe obiettare che una riforma di grande respiro, quale dovrebbe essere nella mente dei nuovi costituenti quella in esame, richiede che ogni tassello stia al suo posto e che, pertanto, anche togliendone uno solo, il mosaico sarebbe incompleto. Tuttavia ciò vale per le modifiche di parti omogenee del testo costituzionale e non per altre. Un esempio: cosa ha a che fare la soppressione del Cnel con la modifica del procedimento legislativo? La perfetta indipendenza di questi due aspetti dimostra che si sarebbe potuto spacchettare il quesito, senza intaccare la coerenza logica e giuridica della riforma. E così si sarebbe consentito di poter votare soltanto le riforme che si condividono. L’impressione, allora, è che la formulazione del quesito, anziché assicurare una saldatura tra tutti i punti della riforma e garantire l’approvazione in blocco di un nuovo sistema istituzionale, sia utile, più che altro, a meri scopi di propaganda. Per rimanere sull’esempio di prima, chi mai direbbe no all’abolizione del Cnel?

Del resto, che il tenore della domanda referendaria risponda più a esigenze propagandistiche emerge anche dal riferimento alla presunta riduzione dei costi della politica. E’ difficile non condividere un simile intento, ma pari a questa difficoltà è quella di comprendere come tale obiettivo possa essere assicurato attraverso la sola modifica parziale del Senato. Si sa bene che non sono i costi di questa istituzione ad aggravare il bilancio statale, così come la perdita secca in termini di rappresentatività appare una conseguenza davvero eccessiva, che non è compensata dai contenuti risparmi che la riforma consentirebbe. In conclusione, la formulazione del quesito non è altro che la spia che rivela l’esistenza di più complesse problematiche, sulle quali si tornerà nei prossimi interventi.

Società degli Scudi

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3 comments

sonnynauta 25 Novembre 2016 - 3:02

Chiunque capisca un po’ di psicologia, capisce subito che è postato in modo da indurre a votare sì.
Sono solo dei mascalzoni che per una ironia della sorte si trovano nel posto giusto (per loro) e al momento giusto (sempre per loro) per poter fare più danni possibile al popolo italiano!

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Paolo Insanity 26 Novembre 2016 - 3:11

Secondo mr. “Bean” Renzi votando no. L’italia torna indietro di 30 anni… Mio padre aveva un lavoro, mia madre aveva un lavoro, c’erano i bambini e le bambine, a scuola capivo ciò che dicevano i miei vicini di banco ed i loro genitori all’uscita dai cancelli. Mio padra faceva i conti per andare in pensione e non si vedevano scimmie sulle spiagge perché il “cocco bello! Cocco fresco!” lo vendevano gli italiani!!! Direi che possiamo tranquillamente riavvolgere il nastro della VHS (i DVD non esistevano e i cd era ancora roba da malati di tecnologia) e tornare indietro di 30 anni.

Inoltre se dobbiamo parlare in termini economici e non solo sentimental-nostalgici… l’Italia era una nazione padrona dei propri monumenti storici, artistici e (perché no) eno-gastronomici. Avevamo una sovranità Nazionale (per gli ignoranti di sinistra non vuol dire che avevamo ancora il Re), una sovranità monetaria e le manovre del governo cercavano di portare benessere economico (tolto quello che lo Stato si mangiava) e non per affamarci per far arrichire sempre di più le banche. Pezzo di sterco anche se sei più giovane della maggior parte dei partigiani (di quale guerra ancora non è chiaro) che compongono il nostro parlamento e il nostro senato… dovresti fare attenzione a prometterci certe “Regressioni”… potremmo crederci!

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sonnynauta 26 Novembre 2016 - 3:22

Io tornerei anche indietro di cinquantanni, a quando non c’era ancora l’IVA, quell’iva che secondo i soliti smargniffoni che siamo sempre costretti a votare, doveva renderci tutti ricchi, mentre invece ci ha depauperato subito del più o meno 20%.
20% in un colpo solo… un colpo da maestro che nemmeno il “famoso” Marchese d’Arago aveva mai messo a segno!
E noi tuttora… zitti sotto.

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