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Roma, 17 gen – Come era ampiamente previsto, il referendum per l’abolizione della quota proporzionale dell’attuale sistema di voto, il cosiddetto Rosatellum, non ci sarà. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale dichiarando inammissibile il quesito presentato dalla Lega, dopo la richiesta di otto consigli regionali governati dal centrodestra – Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e Liguria – con l’obiettivo di trasformare l’attuale legge elettorale in un sistema maggioritario. Per i giudici costituzionali il quesito risulta “eccessivamente manipolativo”. La sentenza della Consulta ha scatenato le ire del centrodestra e di fatto spiana la strada alla maggioranza giallofucsia (ma minoranza nel Paese) di blindarsi nel Palazzo elaborando un sistema elettorale proporzionale per garantirsi la possibilità di fare nuovi inciuci post voto e rimanere al potere.

La motivazione della Consulta

Le motivazioni della decisione della Consulta si conosceranno solo con il deposito della sentenza, che avverrà entro il 10 febbraio. L’ufficio stampa della Corte in una nota spiega tuttavia che “a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della normativa di risulta”. Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta”, conditio sine qua non di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. La Corte, ha, dunque, prima esaminato il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha ritenuto inammissibile in quanto, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe potuto essere contestata in via incidentale, come poi è avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

L’ira di Salvini: “E’ il vecchio sistema che si difende”

La decisione della Consulta ha scatenato le ire di Matteo Salvini, che aveva lanciato la campagna per la raccolta firme a settembre dopo il cambio della maggioranza di governo e soprattutto in risposta alla convergenza di Pd e M5S sull’idea di una nuova legge elettorale proporzionale. “È una vergogna – ha commentato il leader della Lega pochi minuti dopo la notizia della bocciatura -. È il vecchio sistema che si difende: Pd e 5 stelle sono e restano attaccati alle poltrone. Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo: così è il ritorno alla preistoria della peggiore politica italica”.

Meloni rilancia il Mattarellum

Molto duro anche il commento di Giorgia Meloni che giudica prevedibile tale esito “sia per l’aspetto politico non gradito alla sinistra e quindi sgradito alla maggioranza della Consulta, sia per la natura tecnica del quesito a nostro avviso corretto ma obiettivamente al limite del consentito”. Per il leader di Fratelli d’Italia, “il centrodestra deve rilanciare subito con una proposta unitaria che dica no al tentativo dei rossi-gialli di farci tornare col proporzionale agli anni della Prima Repubblica quando, alla faccia dei cittadini, decidevano tutto i partiti che allora avevano almeno uomini, regole e strutture oggi assenti”. La Meloni, così come ha fatto in questi giorni anche il braccio destro del leader della Lega Giancarlo Giorgetti, rilancia il Mattarellum che aggiungerebbe alla legge attualmente in vigore “un premio di maggioranza di entità e caratteristiche già considerate ammissibili dalla Corte Costituzionale” così da “offrire agli italiani la certezza di avere la sera stessa delle elezioni, una maggioranza coesa scelta da loro”.

Forza Italia: “Si può immaginare una legge in cui la coalizione che vince poi, stranamente, governi”

Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera, invece, pur nel rispetto delle decisioni della Corte, invita il centrodestra ad avanzare “una proposta elettorale condivisa che coniughi rappresentanza e governabilità” e conclude: “La Corte nelle precedenti sentenze con cui ha scritto le leggi elettorali, ha chiarito già cosa si può e non si può fare. Certamente si può immaginare una legge in cui la coalizione che vince le elezioni poi, stranamente, governi. Sempre che qualcuno non lo ritenga ‘eccessivamente democratico’“. Sulla stessa linea Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia: “Il ritorno al passato che la maggioranza vorrebbe imporre non può essere la soluzione, che va invece ricercata in un sistema misto maggioritario-proporzionale che incoraggi la formazione di coalizioni politicamente omogenee, senza obbligare il popolo a firmare una delega in bianco ai partiti. In democrazia deve vincere chi prende un voto in più, questa è la regola aurea che va ripristinata dopo lo spettacolo dei governi-ribaltone di questa legislatura“.

Pd e M5S esultano: “Ora spediti verso l’approvazione del sistema proporzionale”

“Il castello di sabbia costruito da Salvini sulla legge elettorale, è venuto giù con la sentenza della Consulta – hanno replicato a stretto giro Andrea Marcucci e Dario Parrini, presidente dei senatori e capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali -. Ora la maggioranza vada spedita verso l’approvazione della proposta depositata alla Camera“, ossia quella sul sistema elettorale totalmente proporzionale. “Seguiamo la strada del proporzionale – puntualizza il capo politico del M5S, Luigi Di Maio – affinché tutti i cittadini italiani siano effettivamente rappresentati in Parlamento. La Lega voleva introdurre in Italia un sistema elettorale totalmente maggioritario, garantendo meno rappresentanza ai cittadini. Non ci stupisce, del resto quello che importa a loro in questo momento è trovare un modo per accaparrarsi più poltrone possibili”.

Da quale pulpito, non c’è che dire. Il dato politico però è che ora i giallofucsia possono davvero preservarsi il potere senza più ostacoli. A meno che il voto in Emilia Romagna non faccia precipitare le cose (al netto delle intenzioni di Renzi e delle sue truppe cammellate ago della bilancia in Senato, si chiaro).

Adolfo Spezzaferro

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