Roma, 29 ott — Le parole sono azioni, si sa, ma a volte possono anche essere sonori ceffoni, specialmente quando arriva il duro bagno della realtà per una sinistra patologicamente innamorata di funambolismi lessicali e di correttezza politica linguistica : ed è stata così Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio in carica, a ricordare come l’assunzione di un incarico, di una carica, di una funzione non sia un esercizio circense di espressioni atte a non urtare delicatissime sensibilità, ma un onore e un onere che riguarda il lato pratico. A prescindere cioè dalla declinazione maschile, femminile o neutra del termine che quella carica indica.

Da Palazzo Chigi la nota: «Va chiamata “signor Presidente”»

Con una nota a firma del segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e indirizzata agli altri Ministeri, viene brevemente indicata la dicitura corretta da utilizzare nelle corrispondenze interne tra strutture amministrative per indicare la figura del Presidente del Consiglio, declinandola al maschile. Una questione minuscola, una minuzia burocratica che però in un Paese come l’Italia — dove la sinistra relegata all’opposizione schiuma di rabbia e paventa ad ogni piè sospinto involuzioni autoritarie, mentre per paradosso gli esagitati dei centri sociali mascherati da studenti cercano di impedire convegni — diventa querelle politica.

La nota, a firma del Segretario Generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato, e successivamente sostituita e precisata, rileva come nelle comunicazioni istituzionali ci si debba riferire e rivolgere alla Meloni come al «presidente del Consiglio». Quindi niente Presidentessa o roba simile o altri escamotage che vanno sempre a focalizzarsi sulla persona e mai sulla funzione esercitata. Spiegano dagli uffici di Palazzo Chigi come l’espressione «il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri è stata adottata dagli uffici della Presidenza in quanto indicata come la più corretta dall’Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le onorificenze. Tuttavia, il Presidente del Consiglio, On. Giorgia Meloni, chiede che l’appellativo da utilizzare nelle comunicazioni istituzionali sia “Il Presidente del Consiglio dei Ministri”».

Vespaio social

La questione è rimbalzata sui social, commentata e utilizzata come il solito gramo motivo di polemica politica da vari esponenti dell’opposizione. Non da Laura Boldrini, curiosamente. La Boldrini da anni, da quando ascese al ruolo di Presidente della Camera lamentò continuamente il sentirsi appellare al maschile. Esasperata, l’esponente della sinistra lamentò di non poterne più «perché ogni giorno mi sento chiamare ‘signor presidente’, ogni singolo giorno. E basta!».

Meloni ha tutto il diritto di scegliere

La polemica politico-linguistica oltre che del tutto priva di senso pratico e di realtà, vista anche la delicatissima congiuntura che il Paese vive, la dice lunga su una sinistra sempre più a corto di idee e di proposte e argomenti. Ed è anche una polemica priva di fondamento sostanziale, come spiega l’Accademia della Crusca.

«I titoli al femminile – ha dichiarato all’Adnkronos il presidente Claudio Marazzini – sono legittimi sempre, e quindi è giusto dire “la” presidente, “la” premier (ma se possibile eviterei l’inutile forestierismo), “la” prima ministra. Chi usa questi femminili accetta un processo storico ormai ben avviati. Ma chi invece preferisce le forme tradizionali maschili ha comunque diritto di farlo». Si tratta di una libera scelta, conclude Marazzini. «Di una autodeterminazione della Meloni». Con buona pace della sinistra, che teoricamente si dovrebbe apprezzare una donna che si autodetermina nelle sue scelte, anche linguistiche.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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