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Roma, 2 giu – Più che alle piazze parigine dei gilet gialli o ai Vaffa day del vecchio Movimento 5 Stelle, per capire i Gilet arancioni bisogna rimanere con lo sguardo su Piazza del Popolo a Roma. E’ nello stesso luogo dove oggi il generale Antonio Pappalardo ha arringato la folla (un migliaio scarso di persone), che sei anni fa si consumò l’ultimo atto del “movimento” che più di tutti ricorda l’attuale piazza arancione. Parliamo chiaramente dei Forconi, guidati nella loro ultima apparizione di un certo rilievo da Danilo Calvani, l’imprenditore pontino che, tradito dai suoi alleati veneti e siciliani pochi giorni prima dell’evento, non riuscì a riempire la piazza e l’assalto al Palazzo d’Inverno – aka Montecitorio – sfumò.

Ancora con “tutti a casa”?

I politici cattivi non andarono a casa, le divisioni interne lacerarono i Forconi, la gente si stufò. Non serve avere la palla di cristallo per capire che la fine dei Gilet arancioni di Pappalardo sarà la stessa. Del resto l’umanità che compone la piazza è la medesima (a Roma poi ci sono alcuni personaggi semi noti che animarono anche i Forconi), le parole d’ordine “siamo il popolo” e “i politici devono andare a casa” sono identiche, la piattaforma programmatica – un mix di sovranismo-autoritarismo e fanatismo democratico che comprende tutta una serie di frustrazioni e paranoie individuali – è più o meno la stessa, così come non cambiano le modalità d’azione: “Noi staremo qui fino a quando gli abusivi che siedono a Montecitorio non se ne andranno”. Ovvero un braccio di ferro perso in partenza.

Il reportage video del Primato Nazionale

Una volta che questa “rabbia popolare” viene meno e non riesce più a riempire nemmeno quelle piazze che vanno dalle 7-800 persone ad un massimo di 3 mila, qualcuno la trasforma in consenso elettorale. Per i Forconi spariti nel dicembre 2013 ci pensò poi Salvini a raccoglierne le ceneri sotto forma di voti, alle elezioni europee di sei mesi più tardi dove furbescamente si presentò come “No Euro” e con parecchie parole d’ordine rubate alla destra radicale. Per i Gilet arancioni forse è presto ipotizzare la data del disfacimento del “movimento” e la conseguente raccolta elettorale da parte di un soggetto altro.

Perché il generale va di moda?

Dopo anni di manifestazioni bizzarre alle quali non hanno preso parte più di poche decine di persone, Antonio Pappalardo è riuscito a portare più di mille persone in piazza a Milano sabato scorso e un migliaio scarso oggi a Roma. Numeri non incredibili, ma considerando come sia difficile portare persone in piazza al di fuori delle consuete liturgie politiche (sindacati, sinistra in genere o chiamata alle armi da parte dei leader del centrodestra), non vanno sottovalutati. La situazione sociale ed economica è chiaramente senza precedenti e questo non può che fornire una spinta alla protesta popolare.

Ad ogni modo oggi in piazza a Roma c’erano più che altro sottoproletari, disoccupati, personaggi folkloristici o bizzarri, no Vax, “complottisti”, reduci dei concerti anni ’80 di Vasco Rossi o dei rave degli anni ’90, ma pochi commercianti, imprenditori, lavoratori autonomi, o lavoratori dipendenti. Almeno sotto forma di “categoria sociale”. Prima dell’avvento di Pappalardo la piazza è stata caratterizzata da proclami di italianità al megafono, dazebao populisti sfoggiati in faccia ai dirigenti di polizia, “imbruttite” ai giornalisti di regime che non vogliono parlare del deep state ed esorcismi di preti che hanno dato fuoco alle effigi di Bill Gates. 

La supercazzola di Pappalardo

Ovviamente la piazza va comunque rispettata e ci sarà senza dubbio una parte di rabbia “genuina”. Certo non si può non ravvisare come il discorso di Pappalardo sia stato sostanzialmente una supercazzola. Generici attacchi a politica, magistratura e stampa, denuncia della dittatura sanitaria e poi la proposta di una improbabile votazione. Sì perché oggi il generale si è dichiarato responsabile di un “collegio elettorale”, che per alzata di mano all’unanimità ha votato per il ritorno alla lira, le dimissioni di Conte e la formazione di una assemblea costituente che traghetti la nazione verso nuove elezioni. Insomma dopo le denunce inutili, dopo i finti arresti dei politici, adesso Pappalardo gioca la carta della votazione farlocca. Le mille persone che lo ascoltano si fomentano, credono alle sue promesse di “rimanere in piazza a oltranza finché questi (i politici, ndr) non se ne andranno” e poi dopo poche ore tornano a casa. Proprio come il generalissimo, che abbandona la “rivoluzione” prima ancora di cominciarla.

Davide Di Stefano

8 Commenti

  1. Tutto quel che si vuole, ma io di Salvini e Meloni non mi fido proprio… Puzzano di Berlusconi, euro, Europa, Mes, liberismo all’americana, finto sovranismo all’amatriciana, poltrone e poltroncine… Per cambiare davvero, l’Italia ha bisogno di ben altro da questa fuffa.

  2. Provate a non ridicolarizzare o minimizzare il fenomeno Pappalardo.
    Ha fatto molto di più di quello che Salvini e Meloni hanno fatto in questi tre mesi.
    Con mezzi irrisori ha centrato il problema e ne ha avviata la discussione.
    Chi vuole capire lo può fare sin d’ora.

  3. Chi ti paga il pd?

    Un migliaio scarsi più tutti quelli che sono stati bloccati con i pullman. Ma questo non lo dici vero?!

    Capisco che ti interessa di più il tuo stipendio ma almeno non scrivere cazzate.

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