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Roma, 8 set – Il piano segreto del governo giallofucsia per l’emergenza coronavirus, la cui esistenza è stata smentita fino a pochi giorni fa dal ministro della Salute Roberto Speranza, c’era eccome. Si tratta di uno studio 40 pagine con grafici e tabelle in cui si analizzano tre scenari di rischio di epidemia e come intervenire. Nodo chiave dell’analisi è la disponibilità dei posti letto in terapia intensiva e come fronteggiare un maggior numero di ricoveri. E’ il “Piano nazionale sanitario in risposta a un’eventuale emergenza pandemica da Covid-19”, secretato dall’esecutivo Conte e definito semplice “studio in itinere” con valutazioni “ipotetiche, aleatorie” dal ministro della Salute. Il documento porta la data del 22 febbraio 2020 (e il Corriere della Sera lo pubblica integralmente qui). Obiettivo dello studio, “garantire un’adeguata gestione dell’infezione in ambito territoriale e ospedaliero senza compromettere la continuità assistenziale, razionalizzando l’accesso alle cure, per garantire l’uso ottimale delle risorse. L’erogazione di cure appropriate – si afferma nel dossier – ridurrà la morbilità e la mortalità attenuando gli effetti della pandemia“.

Qualcosa non torna: il governo sapeva eppure non si è mosso in tempo

Come è noto, il Comitato tecnico scientifico ha più volte chiesto al governo di non rendere pubblico il piano per la gestione dell’emergenza, di evitare che le previsioni sull’epidemia e le stime sulla mortalità arrivassero alla stampa, per non allarmare la cittadinanza. Ma, confrontando le date delle varie riunioni, si scopre che il governo ha perso tempo di vitale importanza. Il 9 marzo 2020 infatti nel verbale – pubblicato dalla Protezione civile –  il Cts chiede all’Iss di aggiornare le stime relative al Piano alla luce dei nuovi sviluppi sull’epidemia. Piano di cui il Cts “si è da tempo dotato”, si legge nel verbale. Eppure, stando alle ricostruzioni, l’approvazione definitiva era arrivata solo una settimana prima. E fuori tempo massimo: infatti era già scoppiato il focolaio di Codogno ed erano già stare predisposte le prime zone rosse.

Tre scenari epidemici e gli avvertimenti su come intervenire

Ma vediamo rapidamente il contenuto del Piano di emergenza. Nello studio erano indicate come priorità scorte adeguate di mascherine, tute e guanti (eppure, inspiegabilmente, in quei giorni il governo giallofucsia inviava tonnellate proprio di questo materiale alla Cina), ma soprattutto maggiore disponibilità dei posti in terapia intensiva. Dotazioni che però purtroppo nelle prime settimane dell’emergenza non sono bastate, né per il personale sanitario né per i malati. Il dossier inoltre, elaborando le cifre della riproduzione del coronavirus in Cina in base all’indice di contagio R0, ipotizza tre possibili andamenti dell’epidemia in Italia. Il “livello di rischio 1, sostenuta ma sporadica trasmissione e diffusione locale dell’infezione”, non viene proprio preso in considerazione dagli esperti, perché troppo ottimistico. Poi c’è il “Livello di rischio 2: diffusa e sostenuta trasmissione locale con aumentata pressione sul Ssn che risponde attivando misure straordinarie preordinate“. Infine il “Livello di rischio 3: diffusa e sostenuta trasmissione locale con aumentata pressione sul Ssn che risponde attivando misure straordinarie che coinvolgono anche enti e strutture non sanitarie“. Il secondo e terzo scenario – con indice di contagio rispettivamente a 1,15 e 1,25 – sono quelli che mostrano chiaramente il rischio di non avere abbastanza posti in terapia intensiva. Nello studio inoltre si ravvisa al di là di ogni dubbio quanto fosse pericoloso il virus, sulla scorta di quanto stava avvenendo in Cina. E si parla di “elevato potenziale epidemico” del virus Sars-CoV-2. In uno scenario simile, soltanto “le misure di contenimento tempestive e radicali sono efficaci nel ridurre l’R0 sotto il livello soglia e nel tenere sotto controllo l’epidemia“. In tal senso si evidenzia che “dalla conferma del primo caso di trasmissione locale diventa fondamentale attivare tempestivamente misure di contenimento”. Ma invece, come è noto, si è perso tempo.

I posti in terapia intensiva non bastano

Quello che emerge chiaramente è che il sistema sanitario nazionale non ha abbastanza posti in terapia intensiva per intubare i pazienti con forme gravi di Covid-19. Scrivono gli esperti: “Dall’analisi dell’offerta assistenziale-ospedaliera riferita alla terapia intensiva, è emersa una dotazione complessiva nazionale di posti letto pari a 5.324 (di cui 687 in isolamento semplice e a pressione negativa) con un tasso di occupazione dell’85%. Ipotizzando di poter fruire del 15% dei posti letto disponibili con una riduzione dell’attività di chirurgia elettiva del 50% (come previsto negli scenari 2 e 3), si potrebbero liberare progressivamente fino a 1.597 posti letto in TI di cui 103 in isolamento”.

Il nodo politico Stato-Regioni

Uno dei nodi politici del Piano è quello relativo al rapporto tra Stato e Regioni, che secondo gli esperti del Cts, vista la situazione di emergenza, avrebbe dovuto comportare il rispetto da parte delle amministrazioni locali delle decisioni del governo centrale. Nel documento si legge: “E’ attivato un Coordinamento nazionale che opera secondo un modello decisionale centrale ben definito e un mandato forte e direttivo che, nel rispetto delle singole organizzazioni regionali, definisca l’efficienza degli interventi da attuare ma soprattutto l’efficacia delle azioni pianificate. In stato di emergenza nazionale, le Regioni e le Province autonome devono superare le regole, i principi e le attuali differenze programmatiche che derivano dall’adozione di modelli organizzativi fortemente differenti soprattutto per le attività di emergenza”, raccomandavano gli esperti. Come è noto però sulla gestione dell’epidemia (spesso fallimentare) ci sono stati continui scontri e rimpalli di responsabilità tra governo centrale e amministrazioni locali.

Tutti gli errori del governo all’inizio dell’epidemia

Insomma, a leggere il Piano d’emergenza non si può non dare ragione all’opposizione, che accusa il governo giallofucsia di essere a conoscenza della gravità della situazione e di non aver agito di conseguenza e soprattutto tempestivamente. Mentre Conte e compagni dicevano che il vero virus era il razzismo e invitavano ad abbracciare un cinese e a mangiarsi un involtino primavera, il virus si diffondeva e i focolai crescevano. Chi arrivava dalle zone a rischio non veniva messo in quarantena, le frontiere erano aperte. E anche quando ormai la gravità dell’epidemia era conclamata il governo ha perso tempo. Per non parlare delle mancate zone rosse di Alzano e Nembro, in provincia di Bergamo, dove l’indecisione di Palazzo Chigi ha contribuito pesantemente al diffondersi dell’epidemia.

Adolfo Spezzaferro

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