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Firenze, 2 apr – Quante volte avrete sentito la mielosa litania celebrante il “modello Emilia” anziché il “modello Toscana”? Quante volte avrete sentito osannare dalla grancassa politicamente corretta la sanità delle regioni “rosse”, insindacabile realtà frutto di illuminate politiche sociali ormai decennali? Che le cose non stiano proprio come le descrivono certi apologeti col paraocchi è ormai assodato, ma è giusto ricordare ogni tanto a lor signori chi sono realmente i fautori di queste politiche delle meraviglie. Di quest’ultime, tra gli esponenti più rappresentativi vi è senza alcun dubbio Enrico Rossi, che dall’alto del suo bagaglio socialisteggiante dovrebbe incarnare al meglio la preservazione della sanità pubblica. Fedeli al monito di Cicerone, “historia magistra vitae”, abbiamo allora scovato una piccola “chicca” nei meandri del percorso istituzionale del governatore toscano.

“Tagliare per risparmiare cento milioni”

Correva l’anno 2015 e il quotidiano La Nazione riportava così la presa di posizione sui professionisti sanitari del nostro “partigiano” di inizio nuovo millennio: “Primari e infermieri sono troppi”. Dunque “Rossi vuol risparmiare cento milioni”. Ma vediamo nel dettaglio cosa si riprometteva di fare il presidente della Regione Toscana. “I primi cento milioni arriveranno dalla riduzione del personale. Saranno ridotti i numeri dei primari, razionalizzati i reparti, riequilibrato il numero degli infermieri con gli operatori socio sanitari”. L’alternativa a questi tagli? “Aumentare le tasse”, tuonava Rossi. Insomma, per il “lungimirante” governatore toscano cinque anni fa si doveva procedere alla sensibile riduzione del personale, perché troppo costoso. Al tempo l’opposizione di centrodestra fece notare che questo geniale piano avrebbe finito per favorire la sanità privata. Ma come, proprio la sinistra che da sempre sostiene di avere a cuore la sanità pubblica procede ai tagli del personale sanitario? Ebbene sì.

Meno infermieri, meno cure

La pensata di Rossi non passò comunque del tutto inosservata, almeno non agli infermieri. “Vorremo sapere quali dati ha consultato (Rossi, ndr) e quali sono nel dettaglio le sue ‘idee’ sugli infermieri. Rimaniamo sempre più esterrefatti – replicò l’Ipasvi, la Federazione Nazionale Infermieri – senza infermieri la sanità non può garantire gli standard richiesti, non sarà confermata la qualità delle cure, se ne sono accorti i cittadini che in questi ultimi periodi hanno sperimentato sulla propria pelle i cambiamenti organizzativi non sempre ottimali e adatti alle esigenze della salute”. Gli infermieri informarono Rossi anche di uno studio di Lancet, prestigiosa rivista scientifica inglese, secondo cui “i tagli al personale infermieristico per risparmiare potrebbero avere effetti negativi sui risultati di salute del paziente, mentre migliori livelli formativi per gli infermieri potrebbero ridurre le morti in ospedale”.

Anche Andrea Bottega, segretario nazionale Nursid, tuonò al tempo contro l’annuncio di Rossi: “Svuotare i turni di personale infermieristico e sostituirlo con operatori socio sanitari, come se rappresentassero lo stesso unicum professionale, è un piano che mira a indebolire la sanità pubblica, ad abbassarne la qualità e a rendere inefficiente il servizio”, scrisse Bottega. Da allora sono passati cinque anni e a questo punto, in piena emergenza coronavirus, non resta che chiedere al governatore toscano: che ne pensa di sparare meno fesserie e magari di consolidare la sanità pubblica? Oppure ritiene ancora che vadano effettuati tagli?

Eugenio Palazzini

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