Roma, 27 lug – La raccolta firme in pieno agosto, indispensabile per presentarsi alle elezioni, è un grosso problema per i cosiddetti “piccoli partiti”, a volte in realtà forze emergenti che potrebbero dare del filo da torcere ai “grandi”. Prima di spiegare nel dettaglio perché siamo di fronte a una sorta di “trappola (non) democratica”, è però necessario un breve appunto sull’astensionismo.

A proposito di astensionismo

Considerato la principale spina nel fianco dell’attuale democrazia rappresentativa, l’astensionismo si sta rivelando un problema crescente nella gran parte delle nazioni europee, da anni alle prese con disincanto ideologico e disaffezione politica dei cittadini. Tutti i partiti, a parole, lo scongiurano durante le campagne elettorali. Alcuni di essi, in realtà, pur non ammettendolo (per ovvi motivi di immagine) in determinati casi ne possono trarre vantaggio. In tal senso un classico esempio è rappresentato appunto dai sopra menzionati “piccoli partiti”, forze che se presenti sulla scheda elettorale per i “grandi partiti” possono trasformarsi in un piccolo incubo. Storia vecchia anche in Italia, basti pensare alle compagini – a volte improbabili – con la falce e martello sulla scheda, le quali spesso confondevano l’elettore comunista.

Di esempi simili ne potremmo fare a bizzeffe, sta di fatto che se ormai quasi la metà degli italiani non si reca alle urne, la colpa principale è senza alcun dubbio di una disastrosa classe politica. Scarsa coerenza, vuote promesse, assenza di programmi credibili, grigiore ideale, distacco dalla realtà e dai problemi che affliggono il popolo, sono soltanto alcuni fattori alla base dell’astensionismo. Compreso questo, è piuttosto assurdo prevedere un improvviso entusiasmo elettorale mettendo i bastoni tra le ruote ai “piccoli partiti” che oltretutto, stando ai sondaggi, in alcuni casi potrebbero sfondare la soglia del 3% (necessaria, come noto, per entrare in Parlamento). Non vi piacciono e siete convinti che finiscano soltanto per ostacolare i vostri partiti di riferimento (ammesso che ne abbiate)? Potrete sempre non votarli.

Tuttavia, in un sistema politico democratico, ogni forza politica dovrebbe avere la possibilità concreta di potersi presentare sulla scheda elettorale. Ciò non significa che la raccolta firme non sia sensata di per sé, è chiaro altrimenti che ci ritroveremmo ai seggi con una lunga tovaglia in mano, alla ricerca affannata di un piccolo simbolo da barrare. E’ al contempo indispensabile, per garantire un corretta partecipazione e una scelta sufficientemente ampia agli elettori, ridurre sensibilmente il numero di firme da raccogliere da qui a fine agosto. Spieghiamo bene perché.

Perché la raccolta firme ad agosto è un problema (anche) democratico

Come noto, le elezioni si terranno il 25 settembre. Questo significa che i partiti dovranno presentare i propri simboli da inserire nella scheda elettorale esattamente fra le ore 8 del 44° giorno e le ore 16 del 42° giorno precedenti il voto, dunque non prima del 12 agosto e non più tardi del 14 agosto. Fin qui, problema relativo per chi è pronto a candidarsi. Mentre le liste dei candidati e tutta la documentazione necessaria alle candidature, dovranno essere depositati alla cancelleria della Corte d’Appello tra il 21 e il 22 agosto. Tuttavia sussiste un grosso problema relativo appunto alla raccolta delle firme. Ad essere esentati da questo gravoso – e decisamente improbo – impegno, sono soltanto i partiti con almeno un gruppo in Parlamento al 31 dicembre 2021.

Per tutti gli altri la legge prevede che il numero delle firme da raccogliere sia almeno di 36.750 firme per la Camera e di 19.500 per il Senato. Numeri spaventosi, considerati in tempi strettissimi e il periodo vacanziero. Come se non bastasse, a complicare il tutto, le firme devono essere ovviamente autenticate, dunque raccolte in presenza di sindaci, amministratori locali, funzionari comunali, notai o avvocati. Molti di questi, verosimilmente, ad agosto saranno in vacanza e quindi non disponibili.

Aspetto, quest’ultimo, peraltro ben evidenziato dal senatore di Italexit, William De Vecchis, nel suo accorato appello per consentire alle forze politiche come la sua di potersi presentare sulla scheda elettorale. Peccato che proprio oggi l’aula del Senato abbia bocciato un emendamento presentato dallo stesso De Vecchis, con il quale si chiedeva di inserire tra i partiti aventi diritto a partecipare direttamente alle elezioni anche quelli regolarmente iscritti e che percepiscono il 2X1000. “L’aula ha confermato una linea che poco ha a che fare con la democrazia, e i senatori non hanno posto rimedio a una grave ingiustizia” ha tuonato il senatore di Italexit.

Ma se qualcuno fosse ancora convinto che l’attuale legge sia opportuna, può sempre volgere lo sguardo ad altri Paesi occidentali. Qualche esempio? Il Regno Unito, dove per presentarsi alle elezioni servono meno di 10mila firme a fronte di circa 44 milioni di elettori. Mentre in Spagna ne occorrono la metà rispetto a quelle previste in Italia.

Alessandro Della Guglia

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