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le-pen-salviniRoma, 1 mar – Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti: c’era una volta un partito politico, la Lega Nord, che pur avendo avuto in passato una notevole originalità e una qualche capacità di mitopoiesi, si avviava a scomparire, trascinato a fondo dal crepuscolo del berlusconismo, a cui si era legato, e da qualche scandalo interno. Poi, un giorno, alla testa del partito arriva Matteo Salvini. L’uomo è un animale da talk show e con un’efficace strategia mediatica il partito riprende ossigeno. Sotto la guida salviniana, la Lega cambia pelle. Si punta forte sull’immigrazione, e questa non è una novità, ma lo si fa introducendo parole d’ordine nuove, opportunamente suggerite da qualche consigliere illuminato: per esempio il concetto di “sostituzione di popolo”. Il linguaggio è post-ideologico, Salvini si dichiara più a sinistra di Renzi ma rifiuta il ricatto antifascista e dialoga apertamente con CasaPound. Si attaccano le banche, ci si dichiara contro il Trattato transatlantico, si affida la politica economica a un economista fuori dagli schemi come Claudio Borghi. In campo estero, si sostiene la Siria, si sostiene Putin e si riesce a farsi accreditare come la versione italiana del Front National. Nella trasformazione è anche prevista la tramutazione del vecchio movimento secessionista in un soggetto nazionale, non limitato solo al nord, sia in termini di radicamento che di discorso ufficiale (tant’è che Salvini arriva a rivendicare i caduti del Piave in nome della sacralità dei confini).

Tutto questo, tutto insieme, ha rappresentato una vera rivoluzione nella politica italiana, checché ne abbiano detto i tanti snob che osservavano sospettosi il fenomeno. E tuttavia, al momento di passare dalle parole ai fatti, succede qualcosa. Alle Regionali ci si accorge che il massimo dello “sconfinamento” leghista contempla la Toscana, al massimo l’Umbria. Nel resto d’Italia, la Lega non c’è, non esiste, non si radica, non si struttura, non capisce le dinamiche né sembra essere interessata a capirle. Purtroppo, in questo resto d’Italia è compresa anche Roma, che Salvini continua a ritenere equivalente a Busto Arsizio come importanza nazionale. Passate le elezioni, Salvini indice una tre giorni per bloccare l’Italia e cacciare Renzi. La sparata è grossa, il risultato sarà un comizietto in cui Berlusconi si prende il centro della scena, pur mal sopportato dalla piazza, e si ricrea l’atmosfera da Casa delle Libertà. Mentre si fa rimbalzare dalla Nigeria, il leader leghista tenta di andare in Israele, dove gli viene fatto capire che per essere ben accetto deve cambiare un po’ di cose. Nelle interviste sulla Siria, ora Assad diventa una pedina sacrificabile. Commentando i fatti di Colonia, Salvini tira fuori senza motivo il nazismo, divagando sul legame tra Hitler e l’Islam (ma chi gliel’ha suggerita quella?).

Ma è soprattutto su Roma che il progetto mostra i suoi limiti. L’importanza nazionale delle elezioni per il Campidoglio non viene mai compresa da Salvini, che non ha né un nome, né un progetto. Il vuoto della proposta viene logicamente riempito da Berlusconi, che vuole Marchini, poi getta allo sbaraglio Bertolaso, con la forte impressione che alla fine si finisca comunque per convergere sul palazzinaro ex dalemiano. In tutto questo, Salvini non sa come replicare, anche perché l’unico nome che viene da parte leghista è Irene Pivetti, che è di Milano, sta fuori dalla politica da anni e l’ultima volta era stata avvistata sotto le insegne dell’Udeur di Mastella. Da qui l’assurda idee di primarie raffazzonate e cialtronesche che sembrano fatte apposta per rendere presentabile l’impresentabile, ovvero l’uomo dei salotti Marchini candidato dall’uomo di popolo Salvini. Ma non è un errore episodico, è il frutto di due mancanze strutturali del progetto salviniano, relative a due sue colonne portanti: la leadership imposta a Silvio Berlusconi (se non la sua liquidazione politica) e l’allargamento del partito oltre il Settentrione. Due punti chiave di una rivoluzione, due fallimenti. Poi non ti puoi lamentare se ti ritrovi il capitano della nazionale di polo in casa.

Adriano Scianca

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11 Commenti

  1. Se Berlusconi avesse voluto veramente Marchini, l’avrebbe già candidato da un pezzo. Purtroppo omettete di scrivere che Salvini non era ostile a Marchini da tempo, basta rileggersi la stampa di qualche mese fa. Omettete di scrivere che Buttafuoco vede in Marchini un buon candidato e Salvini ascolta Buttafuoco….

  2. La “rivoluzione”a fatto esattamente la fine che IO avevo previsto: liberismo, centrodestra e retorica.
    Amen.

  3. Tra poco vedremo ll nuovo fini magari dopo un viaggetto in USA o in Israel e tornera molto diverso a mio avviso SI e servito quando faceva comodo di casapound . ingenuo e colui che e tradito……..Io lo seguivo spesso insieme alla meloni
    Ora guardo con interesse a casa pound e forza nuova mentre prima sconoscevo l esistenza ovvero solo LA manipolazione dei media

  4. E’ evidente che non si può stare con Marine Le Pen ed il signor Marchini. Altrettanto, se accetti ancora di sostenere Belusconi, non sei altro che la “destra” del sistema. Salvini ha deluso perché aveva un solo progetto: salvare la lega. Quello gli è riuscito. Altri vorrebbero salvare, e cambiare l’Italia. Non si può fare dentro il sistema. Questo vale anche per la signorina Meloni.

  5. La fine è semplice. Salvini ogni fine mese a Bruxelles apre una busta di stipendio da 20mila euro al mese. E’ credibile che combatta contro il suo datore di lavoro ?

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