Roma, 21 nov – Giovedì prossimo, 25 novembre, il presidente francese Emmanuel Macron si recherà in visita ufficiale a Roma. Sarà l’occasione per siglare il cosiddetto “Trattato del Quirinale“, progetto di accordo tra Italia e Francia la cui firma era attesa proprio entro la fine di quest’anno. Nulla di più si conosce sull’intesa, che rischia di trasformarci – o di confermare tale status, mettendolo per iscritto – in una vera e propria colonia transalpina.



I lavori al documento partono nel 2018 su impulso dell’Eliseo e di Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio. Per la parte italiana, alla sua stesura hanno inizialmente contribuito Franco Bassanini, Paola Severino e Marco Piantini. Il primo è il decano dell’ormai lunga lista di nostri concittadini insigniti della legion d’onore, avendola ricevuta nel lontano 2002, mentre la seconda ne è stata omaggiata due anni fa. Per quali servigi resi allo Stato francese non è dato sapere. Quel che è certo è che, con queste premesse, è lecito nutrire più di qualche dubbio. Tanto più alla luce della pressoché totale segretezza che attornia il Trattato: del suo contenuto non si conosce praticamente nulla, fatta eccezione per qualche passaggio circolato per vie traverse.

L’alone di segretezza certo non aiuta a dissipare i sospetti. L’unica certezza è nel fatto che, con il Trattato del Quirinale, Italia e Francia intendono rafforzare la cooperazione – politica, geopolitica ed economica – in chiave continentale. Un passaggio necessario più per Parigi che per Roma, con la prima impegnata a ritagliarsi qualche spazio in più nel consesso europeo dopo la firme dei quindici anni di “dominio” Merkel. Macron ha bisogno di una sponda cui appoggiarsi per contrastare lo strapotere tedesco.

Nel Trattato del Quirinale è l’Italia la parte debole

Chi meglio dell’Italia per assurgere al ruolo? E qui veniamo alla nota più dolente. Ammesso che il Trattato sia nato con le migliori intenzioni (in termini di uguaglianza tra le parti in causa), la parità tra i contraenti non c’è in realtà mai stata. Sin dall’inizio.

Non è un mistero che, da tempo, la Francia sia impegnata in un’opera di colonizzazione della penisola. Questo specialmente dal lato economico: prova ne sia la vasta campagna acquisti che ha visto le imprese transalpine acquistare, nel corso degli ultimi vent’anni, realtà italiane – Fca e Creval le ultime in ordine di tempo – per quasi 100 miliardi di euro mentre, viceversa, il valore è di meno della metà e con azioni condotte sempre a senso unico (chiedere a Fincantieri per conferma). In questa differenza tra dare e avere è racchiusa l’identità della parte debole dei colloqui. Unendo i puntini, la trama costruita da Parigi nel corso del tempo si disvela con sempre maggiore chiarezza. Con un’unica certezza: l’orefice che cesella le legion d’onore si sta sfregando le mani per le future commesse, dopo aver già confezionato (non più tardi dello scorso luglio) anche quella per Mattarella.

Filippo Burla

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4 Commenti

  1. come cittadino italiano NON riconosco alcun trattato internazionale che non sia passato prima attraverso una ferrea discussione parlamentare e poi al vaglio referendario,
    PUNTO.

    possono prendere tutti gli impegni che gli pare,
    ma appena mandiamo su un governo che sia veramente dalla parte del popolo

    – e non espressione di questi maneggioni incapaci e dalla lealtà molto incerta che ci ritroviamo –

    revisioneremo OGNI trattato firmato e se non ci garba lo useremo come carta da culo in qualche bagno di montecitorio.

    dopo non si dica che non avevamo avvisato prima,eh?

  2. Tener fuori la Spagna è da latini bastardi e pure scemi. Il terzo è sempre un soggetto, volente o nolente, equilibrante.

  3. […] In quel caso sulla carta fu un’estensione del precedente accordo – del 1963 – tra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer, con la firma simbolica avvenuta lo stesso giorno: il 22 gennaio. Fu de facto molto di più e fece tremare gli alti papaveri di Bruxelles: le locomotive d’Europa si muovevano autonomamente, infischiandosene dell’Unione continentale. Allora si parlava di asse franco-tedesco, oggi si parla di asse italo-francese e attenzione, invertendo l’ordine dei firmatari il risultato cambia eccome. Il rischio di trasformarci in un protettorato economico di Parigi è stato di fatto ben illustrato su questo giornale da un acuto pezzo di Filippo Burla, a cui rimandiamo in questa sede: Trattato del Quirinale: così diventeremo (per iscritto) una colonia francese. […]

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