Roma, 20 lug – “Draghi resta” è lo slogan più diffuso degli ultimi giorni. Il presidente del Consiglio dimissionario, sì ma forse no, dimissionario ma rifiutato, fuori gioco ma anche un po’ dentro, è lo strano “martire” di questa curiosa – per non dire comica – crisi di governo.

Lo strappalacrime “Draghi resta” dei sindaci

Secondo gli ultimi rilievi monitorati ieri sera, firma per firma, e pubblicati sull’Ansa, i sindaci che urlano disperati “Draghi resta” manco si parlasse di una sorta di divinità, si avvicinano al numero di 2mila: 1.861 per essere precisi. Mario Draghi deve restare “per la stabilità” (di cosa non si è ben capito, dal momento che ad oggi il peso della politica italiana è inesistente e in ogni caso alle elezioni mancano ormai una manciata di mesi). Così recita “l’appello disperato” nei confronti dell’apostolo: “Noi Sindaci, chiamati ogni giorno alla difficile gestione e risoluzione dei problemi che affliggono i nostri cittadini, chiediamo a Mario Draghi di andare avanti e spiegare al Parlamento le buoni ragioni che impongono di proseguire l’azione di governo. Allo stesso modo chiediamo con forza a tutte le forze politiche presenti in Parlamento che hanno dato vita alla maggioranza di questo ultimo anno e mezzo di pensare al bene comune e di anteporre l’interesse del Paese ai propri problemi interni”. “Ora più che mai abbiamo bisogno di stabilità”.

Alle 9.30 il via alla discussione in Senato

Draghi resta, ma magari parla pure. Parla ancora. E così in Senato ci sarà il famigerato “giorno della verità” (come da più parti è stato definito). Lo stesso Senato alle 9.30 aprirà i lavori. Il presidente del Consiglio farà il suo e ascolterà le risposte dei senatori. Solito protocollo, insomma. Qualcuno la chiama “fiducia al buio”. A noi continua a sembrare tutto abbastanza ridicolo. Ma come si suol dire, il mattino ha l’oro in bocca. Anche se in questo caso l’espressione non può che avere un’accezione ironica.

Stelio Fergola

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