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Roma, 4 feb – Prevedibile come la morte, è arrivata la conclusione della futile commissione parlamentare sulle banche, presieduta dall’ineffabile Pierferdinando Casini, che ha stabilito che Bankitalia e Consob non hanno vigilato adeguatamente.  La cosa non ci stupisce in modo particolare, né ci stupisce il fatto che ovviamente nessuno pagherà in nessun modo, nonostante le dichiarazioni in senso contrario della commissione. Cogliamo quindi l’occasione per un discorso più ampio, che investe appieno il nostro sistema socio-economico, in cui il credito svolge un ruolo essenziale.
Sfatiamo da subito un mito complottista: la creazione di moneta per mezzo del credito è un meccanismo assolutamente necessario alla sopravvivenza di un’economia monetaria di produzione, perché in caso contrario le imprese dovrebbero sempre e comunque auto-finanziarsi, persino all’atto della fondazione, e questo è ovviamente impossibile. Le banche svolgono quindi un ruolo essenziale e insostituibile, e non esiste nulla di strano rispetto al fatto che possano di fatto prestare soldi che, fisicamente, non hanno in qualche scrigno sotto forma di monete d’oro o bigliettoni stampati. Fortunatamente il medioevo è finito, ed anche il settore finanziario si è evoluto.Non possiamo altresì negare che esista un rovescio della medaglia, perché il credito, essendo la benzina del capitalismo, di fatto ne determina i ritmi. Sappiamo che solo una piccola parte infatti degli attivi delle banche (italiane ed europee) dipende da prestiti fatti alle imprese, mentre il grosso del bilancio si compone di credito al consumo, speculazione finanziaria, mutui a scopo abitativo, ed altre attività improduttive.
Questo è oggettivamente un problema, perché gli squali della speculazione nuotano in questo oceano di liquidità che viene ogni giorno indirizzata ove i rendimenti sono momentaneamente più alti, e dal drenaggio della medesima dipende tutto il loro potere e la loro influenza. Siamo quindi convinti che un Governo orientato in senso sovranista debba avere fra le sue priorità non solo il ritorno ad una moneta nazionale, ma anche il controllo diretto o indiretto da parte dello Stato del credito, inteso come settore strategico per lo sviluppo nazionale, al pari per esempio dei trasporti, dell’energia o delle telecomunicazioni. Non abbiamo nulla contro le banche popolari (che vanno senza dubbio ripristinate nella loro funzione originale attraverso la cancellazione della nefasta riforma Renzi), le banche di credito cooperativo e le casse di risparmio, bensì con i mega-istituti finanziari come Unicredit, Intesa-San Paolo e similari, oltretutto sempre meno italiani e sempre più controllati dal capitale straniero.
Unicredit, per dire, attualmente è per il 72% in mano a fondi speculativi stranieri (in larga parte americani), ed ha a capo del consiglio d’amministrazione un francese, e questo comporta che tutte le sue strategie d’investimento saranno guidate da considerazioni di natura esogena rispetto alle necessità finanziarie nazionali. Questi mostri devono essere decisamente nazionalizzati e fusi in un istituto di credito a capitale interamente pubblico atto a finanziare a basso interesse e lungo termine le pmi italiane, mentre Cassa Depositi e Prestiti per esempio potrebbe essere utilizzata come volano per il sostegno ai settori strategici, come in parte già avviene. Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale della nostra economia reale, e se potessero accedere a condizioni accettabili al credito potremmo reindustrializzare l’Italia in pochi anni. Il controllo pubblico del credito, oltretutto, farebbe sì che gli utili delle banche pubbliche, anziché in qualche paradiso fiscale, possano essere reimmessi nell’economia nazionale attraverso per esempio minori tasse o maggiore spesa sociale o in qualunque altro modo venga in mente. Non si tratta di una cosa particolarmente esotica, ma dell’applicazione letterale dell’articolo 47 della Costituzione, che testualmente recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Non potrebbe essere più chiaro di così.
Matteo Rovatti

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1 commento

  1. La proprietà pubblica delle banche inoltre fà si’ che gli interessi sui prestiti vadano ad una società dello stato e quindi al benessere collettivo.Oggi una BCE privata (posseduta in quote dalle banche centrali nazionali tutte privatizzate) crea la moneta a costo zero e lo stato Italiano deve pagare 90 miliardi di euro di interessi annui, di cui molti dati a banche o soggetti privati e spesso stranieri.Fino al 1982, quando la banca d’Italia era dello stato, i titoli non sottoscritti dai risparmiatori italiani dovevano essere comperati da banca d’Italia tramite creazione monetaria.Questo portava alla sottoscrizione di tutte le risorse necessarie senza che fossimo costretti ad offrire alla speculazione interessi elevati.

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