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Roma, 14 mar – Curiosa la storia del reddito di cittadinanza grillino: passato per lo più sotto traccia in campagna elettorale e quasi archiviato persino da Di Maio e sodali, il tema è esploso dopo le elezioni, con la storia semi-vera dei caf pugliesi intasati di richieste e una serie di memi che su quella notizia hanno costruito l’immaginario satirico di un’Italia in cui non lavora più nessuno. Sulla proposta pentastellata del resto, c’è una certa confusione, a cominciare dal fatto che non si tratta di un vero reddito da cittadinanza, ovvero della distribuzione universale a tutti i cittadini di una data somma, sempre e comunque, per il solo fatto che sono cittadini. Molto più modestamente, la proposta grillina è un sussidio di povertà, che prevede aiuti economici a cittadini e famiglie italiane indigenti. Ai poveri assoluti andrebbero 780 euro mensili (che è considerato secondo l’Istat il reddito minimo per vivere), a chi ha già un reddito, ma sotto i 780 euro, verrebbe data un’integrazione per l’importo necessario ad arrivare a tale somma.
L’accesso al meccanismo sarebbe vincolato a un progetto di formazione e di aiuto dei centri per l’impiego (che dovrebbero essere riformati) e alla ricerca di lavoro. Se il lavoro eventualmente trovato venisse rifiutato per più di tre volte, si perderebbe il diritto al reddito di cittadinanza. Una proposta che fa acqua da più parti, e molte sono state le critiche tecniche, ma che è ben lontana da certe tesi visionarie proprie dello stesso Grillo (che proprio in queste ore parla di un “reddito di nascita”), nonché dalle filosofie più radicali e più serie che, da circa un secolo, indagano la dimensione del denaro, del lavoro, del tempo e del valore. Una delle più interessanti è il “credito sociale” di Clifford Hugh Douglas, già ingegnere capo della Westinghouse in India e in seguito maggiore nel Royal Flying Corps. Oggi il nome del maggiore Douglas gode di una qualche notorietà unicamente per essere stato citato infinite volte da Ezra Pound, ma fra le due guerre la sua teoria ebbe una discreta risonanza. Erano suoi fan, all’epoca, personaggi noti come T.S. Eliot, H.G. Wells o Charlie Chaplin, mentre i suoi discepoli non mancavano di bisticciare e dividersi in varie scuole e correnti, con tanto di partiti per il credito sociale sparsi fra Canada e Australia e addirittura delle “camicie verdi” pronte a diffondere il suo verbo.
Secondo Douglas, l’indebitamento non è un accidente, un danno collaterale, ma una componente sistemica e necessaria del sistema monetario dominante. Douglas pensava che la cronica carenza di denaro fosse strutturale. Milioni di persone sono incapaci di comprare ciò che producono. C’è allora una penuria di moneta colmata producendo denaro creato sotto forma di debito sottoposto a interesse. Eccolo, il meccanismo dell’usura in atto, il peccato originale di un mondo fondato sul debito. Il maggiore aveva raccolto dati da più di un centinaio di grandi imprese britanniche, notando come le somme per stipendi, salari e dividendi fossero sempre inferiori ai costi totali di beni e servizi prodotte ogni settimana: i lavoratori, quindi, non erano stati pagati abbastanza per riacquistare ciò che avevano prodotto. La penuria di denaro veniva allora compensata con la creazione di nuovo denaro sotto forma di debito sottoposto a interesse. Beni prodotti in sovrannumero da una parte, stipendi insufficienti dall’altra: era il dilemma della povertà in mezzo all’abbondanza che avrebbe sconvolto Pound e che doveva appunto essere risolto grazie al credito sociale, che avrebbe rotto il meccanismo del denaro-debito creando un dividendo da distribuire ai lavoratori.
Douglas contrapponeva il credito reale al credito finanziario, ponendo una netta separazione fra il capitale legato alla produzione e quello frutto della speculazione, mettendo peraltro nell’alveo del primo anche l’arte, la cultura e l’onestà di un popolo. Il maggiore pensava quindi a un dividendo nazionale di ridistribuzione della ricchezza per le classi più basse, e a un meccanismo di adeguamento dei prezzi al fine di garantire che i lavoratori possano acquistare ciò che potrebbero produrre. Si tratta di una ricetta maggiormente applicabile? Affermarlo è complicato, ma vale la pena di notare come, nelle tesi di Douglas, alcuni temi centrali siano stati comunque centrati: la questione monetaria, la differenza tra credito reale e credito finanziario, una visione della ricchezza e della società non economicistica. Se dobbiamo sognare un mondo diverso, allora sogniamo in grande, senza limitarci a bramare i 780 euro mensili.
Adriano Scianca



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