Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 18 nov – Dopo la toccata e fuga del fondo avvoltoio Cerberus, che così com’è arrivato ha deciso improvvisamente di defilarsi (salvo futuri ripensamenti), ora è il momento di Lufthansa. Le sorti di Alitalia si decideranno a Berlino?

Partiamo dalle cifre. Il vettore tedesco, stando ad indiscrezioni, avrebbe messo sul piatto qualcosa come 200-250 milioni di euro (ben al di sotto della soglia minima, fissata attorno ai 400 milioni) per acquisire buona parte – 90/100 su 123 aerei – della flotta Alitalia, facendosi anche carico di parte del personale navigante: 6mila dipendenti sugli 8400 in servizio nel “lotto aviation”. Più complicato invece il destino degli amministrativi e, soprattutto, dei 3100 lavoratori dei servizi di terra (handling), sui quali la trattativà – se ci sarà – sarà serrata per evitare licenziamenti di massa. Non è comunque escluso che, per il comparto handling, possano farsi avanti altri soggetti come ad esempio l’emiratina Airport Handling del gruppo Emirates.

Difficile, a questo punto del lungo percorso verso la cessione di Alitalia, capire anche quale sarà il futuro delle rotte dell’ex compagnia di bandiera. Lufthansa assicura di voler sviluppare il mercato italiano ma, almeno per ora, nicchia sul nocciolo della questione, vale a dire quel lungo raggio sul quale si sono infranti tutti i tentativi di tirare Alitalia fuori dalle sabbie mobili. Il timore è che i tedeschi possano, come già in passato tentato da Etihad, fare un sol boccone del vettore tricolore e usarlo per “alimentare” di passeggeri i propri scali di riferimento e convogliarli così nelle lunghe tratte sulle quali Lufthansa ha una posizione dominante tra le aerolinee europee.

I commissari straordinari nominati dal governo – Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari – per guidare il periodo di transizione non hanno fretta, da sempre il mantra è quello di vendere senza sconti. Il termine ultimo per chiudere è a fine aprile 2018, quindi il tempo è dalla loro. Così come lo sono i risultati: 140 milioni di risparmi, un tasso di puntualità ai massimi storici e un margine operativo lordo tornato in pareggio dai -178 milioni di pochi mesi fa. Quest’ultimo dato è interessante perché, se positivo, offre una stima della capacità di un’azienda di generare ricchezza nella sua gestione ordinaria (al netto dunque di manovre di bilancio e componenti non operative come gli interessi ed il carico fiscale). Se a ciò aggiungiamo che la dotazione da 900 milioni del prestito ponte accordato in settembre dal governo è ancora pressoché intatta, ne emerge un quadro tutto tranne che improntato alla necessità di cedere presto e subito. Tutt’altro: visti i lusinghieri – stando ai precedenti – risultati, perché a questo punto non tentare la strada della proprietà pubblica? I commissari governativi hanno dimostrato che in Alitalia è ancora possibile una qualche forma di gestione orientata a principi di economicità che erano da tempo usciti dai radar del vettore. Almeno sul breve termine, la compagnia può reggersi sulle proprie gambe. Certo, i 7 miliardi di fondi pubblici che secondo Mediobanca sono stati sperperati negli ultimi anni non depongono a favore e per fare qualcosa di più servirebbe una buona dose di coraggio al fine di tutelare quello che è un asset strategico per una nazione che, fra le altre cose, vorrebbe puntare anche sul turismo. E siamo allora sicuri che la cessione all’estero, magari proprio ad un diretto concorrente, sia la strada giusta?

Filippo Burla

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

  1. Nazionalizzarla sarebbe l’unica soluzione auspicabile, ma poiché le nostre istituzioni sono troppo subordinate a quelle comunitarie e ai loro dettami, non verrà mai presa in considerazione. Che passi in mano a Lufthansa, piuttosto che Air France o Etihad, Alitalia sarebbe comunque una compagnia di seconda fascia, mortificante per quella che fu la compagnia di bandiera.

  2. se fosse nazionalizzata e lasciata nelle mani della classe dirigente attuale diventerebbe di terza fascia, è inutile nazionalizzare se non si hanno leader e dirigenti capaci, sarebbe l’ennesimo regalo alla cleptocrazia

  3. In Italia c’è memoria corta. Chi ha portato Alitalia in questo stato sono stati tutti quei politici ( eletti dal popolo che quindi è altrettanto responsabile) che hanno governato negli ultimi 30 anni. Gli attuali sono in confusione totale, prima dicono che le colpe non sono dei dipendenti , subito dopo affermano che con il loro voto gli stessi si sono auto licenziati, ancora…Alitalia verrà venduta anche a pezzi, ultimamente invece lo spezzatino non è accettato ed ancora….non ci sono soldi salvo poi prestare prima 600 e po altri 300 ( bruscolini rispetto ai 14 miliardi per le banche). Io dico, fuori gli incapaci, si cominci con una regolamentazione seria con alti standard qualitativi del settore , concorrenza leale fra vettori ( se Ryanair paga 1/3 delle tasse non c’ è lealtà). E poi di tanto in tanto difendiamo le NS aziende.

Commenta