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Roma, 13 ago – Rottamati, smacchiati, sbancati e infine crollati ai minimi storici. Il Pd è riuscito in una metamorfosi kafkiana degna di un processo alle intenzioni, in questo caso sacrosanto. Sì, perché ogni qualvolta tenta un restyling, l’ex Pci, ex Pds, ex Ds, finisce per peggiorare la situazione e più che altro se stesso. In principio fu Google translate, con Veltroni che scippò l’efficace “Yes, we can” a Obama trasmutandosi in Frankenstein Junior. Non si poteva fare. Da allora la parabola discendente è stata inarrestabile, con sparuti miraggi di arcobaleni gonfiati di là dall’Arno con pennellate da 80 euro.
Il nuovo che avanza adesso non alberga più tra i democratici e non c’è istrionismo dannunziano che tenga, chiunque voglia andare verso la vita scappa dalla sinistra. Alla Leopolda non resta quindi che piangere o affidarsi a nuovi guru del baratro. Peccato che non se ne scorgano, neppure quelli. Archiviati pure giaguari e smacchiatori di giaguari, non restano che i Leocorni. Ammesso e non concesso che Renzi torni alle origini e tenti una giocata alla ruota della fortuna. Dunque la carta della disperazione, in pieno stile seconda Repubblica (intesa più come quotidiano).
Signori, abbiamo fallito, se vogliamo che tutto cambi non possiamo di nuovo cambiare, ergo bisogna che tutto rimanga com’è, ma proprio tutto. A parte il nome. Ecco, quello può farci svoltare sul serio. Bando alla forma, trionfi il formalismo. Di qui la lungimirante proposta che scuote le pagine enigmistiche sotto gli ombrelloni di ferragosto, come un vento che fischia nel sonno dei dormienti: “Fin dalle prossime regionali il Pd deve cambiare pelle e volto. Anche il nome”.
A proporre di rifare i connotati al partito è il volto televisivo più dirompente tra le già staffette renziane, ovvero Elisabetta Gualmini, vice presidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna. Mica una qualunque, bensì colei che lo scorso maggio a Matrix se ne uscì con uno slogan acchiappavoti da far impallidire tutti i suoi nemici “populisti”: “Dobbiamo stare con l’Europa, non con il popolo”. Ecco, è più facile che un cammello passi la cruna di un ago che il Pd risalga la china. Non ho parafrasato Bersani, chiedo venia.
Eugenio Palazzini



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