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Roma, 26 feb – La delocalizzazione è un fenomeno in costante aumento. A rivelarlo anche uno studio della Cgia di Mestre. Secondo gli artigiani mestrini, “gli ultimi dati disponibili riferiti all’arco temporale 2009-2015 ci indicano che il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7%. Se verso la fine del decennio scorso i casi ammontavano a 31.672, nel 2015 sono saliti fino a raggiungere quota 35.684”. I dati che vengono fuori da quest’analisi sembrano smentire alcuni luoghi comuni. Infatti, il principale paese di destinazione di questi investimenti sono gli Stati Uniti: nel 2015 le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito scorgiamo la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698).
Inoltre, le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78 % del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia. Alla luce di questi dati il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo invita a rivalutare il fenomeno della delocalizzazione: “Quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni d internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende con ricadute positive anche nei territori di provenienza di queste ultime”.
Dunque, delocalizzare fa bene? La risposta è no. Vediamo perché. In primis, all’interno dell’area euro assistiamo ad una concorrenza al ribasso tra i vari paesi dell’Unione che finisce per danneggiare tutti i lavoratori. Gli esempi di dumping (concorrenza sleale) sono di natura fiscale (Irlanda), salariale (Paesi dell’Est Europa) e monetario (tutti i paesi che non hanno adottato l’euro, ma fanno parte dell’Unione Europea). In secundis, molto spesso ad approfittare della guerra fratricida tra le nazioni europee sono le grandi multinazionali. È questo il caso dell’Embraco. La storia dello stabilimento di Riva di Chieri è emblematica. La Whirlpool (che controlla Embraco) dopo aver ricevuto in soli quattordici anni tredici milioni di soldi pubblici ha deciso di chiudere la sua sede piemontese (nonostante l’azienda sia in attivo) per spostare la produzione in Slovacchia.
Purtroppo, però, questo non è l’unico caso di delocalizzazione. Facciamo qualche esempio. La multinazionale statunitense Micron Technologies ha dichiarato cinquecento esuberi in Italia. Non sono bastati i centocinquanta milioni versati dal ministero dello Sviluppo economico per creare millecinquecento posti di lavoro. Lo scorso novembre la multinazionale americana Honeywell ha chiuso lo stabilimento di Atessa (Chieti) dove produce turbo compressori licenziando quattrocentoventi dipendenti. L’azienda americana ha deciso di delocalizzare in Slovacchia, dove negli ultimi anni ha creato una fabbrica fotocopia con 130 nuovi occupati a Presov. Questo tipo di approccio è apprezzato anche da alcune aziende italiane. La K Flex, azienda brianzola leader mondiale nel settore degli isolanti, ha deciso a maggio 2017 di licenziare 187 lavoratori dei 243 impiegati nel sito di Roncello a causa dei costi insostenibili. Nel frattempo, negli anni, l’azienda ha aperto undici fabbriche in altri Paesi. Il gruppo Candy ha chiuso tre impianti in Italia per delocalizzare in Repubblica Ceca, Russia, Turchia e Cina.
Per fronteggiare queste crisi industriali il governo ha fatto la voce grossa, anche se aveva poco da dire. Chi auspica una maggiore integrazione europea dovrebbe anche ricordarsi che uno dei pilastri dell’Unione è la mobilità della forza lavoro. Non si può pretendere la piena applicazione dei trattati per poi lamentarsi delle conseguenze. Se l’Europa si regge sul principio del libero mercato, è lecito per un’azienda spostare la produzione per comprimere i costi. A questo punto bisogna scegliere: o si capovolge il principio sul quale si fonda l’Unione o si accetta la delocalizzazione come metodo per allocare al meglio le risorse della libera impresa. Tertium non datur.
Salvatore Recupero

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