Roma, 25 gen – Dei tre giudici- Nicola La Mantia, Sandra Levanti e Paolo Corda – che hanno chiesto l’autorizzazione a procedere in giudizio del ministro dell’Interno Matteo Salvini proprio Corda era già salito agli onori della cronaca perché, nel dicembre di tre anni fa, aveva ordinato la scarcerazione di due scafisti nordafricani. Il motivo? I due non erano scafisti di professione. E’ vero sì che 230 immigrati erano stati traghettati dagli imputati su una bagnarola, ma si trattò di “prestazione occasionale”. Per cui niente carcere per i due Caronte, che rimanevano soggetti solo all’obbligo di firma due volte alla settimana presso la caserma dei carabinieri e relativo soggiorno al Cara di Mineo. Libertà quasi totale, quindi.

La tesi dei difensori degli scafisti secondo cui c’è differenza tra chi «è al soldo di un’organizzazione dedita al traffico dei migranti e lo scafista occasionale e obbligato» era stata accolta entusiasticamente da Corda, per il quale non sussistevano nemmeno esigenze cautelari perché i due non avrebbero potuto reiterare il reato «una volta raggiunto lo scopo: entrare in Italia». Paolo Corda ha poi abbracciato la tesi, non supportata da evidenze riscontrabili, secondo i quali gli scafisti sarebbero stati minacciati con le armi da un gruppo di non meglio identificati libici e costretti a delinquere trasportando il carico di clandestini. Non aguzzini quindi, ma addirittura vittime. 

Secondo gli uomini della Polizia di Stato Squadra Mobile Questura di Ragusa, invece, gli scafisti erano stati sottoposti a fermo proprio perché «le immediate indagini hanno permesso di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico degli scafisti. I testimoni hanno riferito di aver notato gli scafisti una volta a bordo del gommone e che quest’ultimi avevano raggiunto accordi con i libici prima della partenza». E poi: «Nessuno dubbio per i migranti, che hanno pagato mediamente 600 dollari cadauno, sulle responsabilità degli scafisti che hanno condotto i gommoni. In un caso, gli scafisti individuati sono due in quanto uno si è occupato del timone e l’altro della bussola». Quindi nonostante la testimonianza di più di duecento persone, il giudice Corda li ha rimessi in libertà. Che dire? Se non altro, dopo la richiesta dell’autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti di Salvini da parte del magistrato, non possiamo più dubitare della sua coerenza.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

1 commento

  1. Ho una certa età e non avrò la fortuna di vedere la morte fisiologica di questi tre personaggi, tipico esempio di un comunismo militante cieco e sordo……. questi personaggi impuniti e al di sopra della legge possono permettersi di sovvertire il voto popolare ed indagare un ministro che difende il suolo patrio ……….il trio di soloni , in nome di una ideologia comunistoide ipocrita ed ignobile , ritiene la fecciaglia clanestina africana , spacciatrice ed analfabeta , un totem intoccabile e da proteggere………pure se accoltellassero un poliziotto sarebbero assolti……. repubblica di merda.

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