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Roma, 19 apr – Oggi alle 14.30 parte il secondo giro di consultazioni a Palazzo Giustiniani, con la delegazione del centrodestra, che si presenterà unita. Alle 17.30 il presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati ha invece convocato gli esponenti del Movimento 5 Stelle. Domani mattina la Casellati andrà a riferire al Quirinale sul mandato esplorativo ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per vedere se ci sono possibilità di formare un governo fra centrodestra e M5S. Ma già si parla di un possibile accordo tra 5 Stelle e Pd.
Sì perché la Casellati finora non è riuscita superare l’impasse creata dal muro contro muro di Luigi Di Maio, che non vuole Berlusconi al governo e quindi chiede a Matteo Salvini di spaccare il centrodestra. Il leader della Lega, dal canto suo, non intende rompere con Forza Italia e mette il capo politico del M5S di fronte alle proprie responsabilità: “L’Italia non può aspettare. Non c’e alcuna novità: se tutti continuano a rimanere fermi sulle loro posizioni – sottolinea – si creano situazioni che non hanno risposta. Vedo se riesco a inventarmi qualcosa di più rispetto al tanto che già come Lega abbiamo ipotizzato per fare partire un governo superando i no, i litigi e i bisticci. Io ultimatum non ne pongo, vediamo se riesco a convincere gli altri“.
Gli fa eco un forzista vicino alla Lega. “Il governo non nasce a seconda del passo di lato di Berlusconi – attacca il governatore della Liguria Giovanni Toti ad Agorà su Rai3 – non diciamo delle cose che non hanno senso, le patenti di legittimità le danno gli elettori, non certo i leader politici avversari”.
Dal canto suo, il M5S torna a guardare al Pd. “Fosse per noi – dice il capogruppo alla Camera Danilo Toninelli a Radio 102.5 – staremmo già scrivendo il contratto di governo con la Lega. Domani l’ipotesi di un governo di centrodestra sarà finita definitivamente e Salvini dovrà decidere se restare aggrappato alla restaurazione o se scrivere un contratto di governo con noi”. “Purtroppo Salvini continua a restare con quel centrodestra che è un’ammucchiata, noi non staremo mai con Berlusconi”. “Noi – ha detto Toninelli – parliamo solo della Lega perché il presidente Mattarella ha dato alla Casellati un mandato specifico ma noi non è che non stiamo parlando al Pd al quale rinnoviamo la proposta di sedersi a un tavolo e scrivere un contratto di governo. Io spero che su sollecitazione anche del presidente della Repubblica facciano un passo avanti. Se il Pd vuole realizzare un programma serio noi ci siamo, noi abbiamo il reddito di cittadinanza e loro hanno il reddito di inclusione, troviamo una via di mezzo e combattiamo la povertà“.
I dem – dal canto loro – per ora restano ufficialmente fuori dai giochi (ma sono profondamente divisi tra Martina e gl altri pronti ad andare al governo con i 5 Stelle e i renziani, fermi all’opposizione). Il discorso cambia una volta sfumata definitivamente la possibilità di un governo M5S-Lega, così come lo chiede Di Maio. A quel punto infatti il Pd entrerà in partita. Se il presidente della Camera Roberto Fico ricevesse un mandato esplorativo, spiegano i renziani, il Pd potrebbe porre le sue condizioni: no a Di Maio premier e un cambio di linea su temi cari al Pd come il Jobs act e il reddito di inclusione (così anche Matteo Renzi sarebbe della partita).
Intanto, i dem alzano la posta. “Pd e M5S sono agli antipodi. Penso al reddito di cittadinanza e il reddito di inclusione: metodi distanti tra loro come il polo nord e il polo sud”, ha detto a Radio Anch’io su Radio Uno Rai il deputato Pd Roberto Giachetti, escludendo per adesso un’alleanza. “Da un lato assistenzialismo e dall’altro un aiuto a chi vive una soluzione complicata. Ma si potrebbe parlare anche delle posizioni sulla legge Fornero, sulla sicurezza, sullo ius soli – prosegue -. Le differenze tra noi e M5S sono molto più accentuate rispetto invece a una convergenza tra loro e la Lega. I 5S cambiano posizione sulle questioni di volta in volta a seconda della convenienza. È’ affidabile un partito che si comporta in questo modo? Io penso di no”.
Sul fronte dei pentastellati, non mancano i mal di pancia all’idea di un accordo con i dem. Perché se è vero che Beppe Grillo – castigatore di Renzi per anni – adesso tace, la base militante grida all’inciucio. Ma, come abbiamo visto in questi giorni, Di Maio è stato messo lì – come candidato premier – per andare al governo, non per rispettare la volontà elettorale. I continui voltafaccia in politica estera, sull’euro, sulla Ue servono per guadagnare credibilità da parte delle istituzioni, dei mercati, degli alleati militari. Con buona pace dei grillini vecchio stampo.
Figuriamoci, quindi, se Di Maio si farà scrupolo di andare a braccetto con Renzi, pur di governare. Una cosa però ancora gli sfugge – ed è un errore politico forse irrimediabile – con i suoi veti e diktat e discorsi da “il pallone è mio e me lo porto a casa” – comunque vadano lo cose, lui non sarà presidente del Consiglio.
Adolfo Spezzaferro

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