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Invasione immigratoria e disastro italiano: Unione Europea al capolinea?

by Francesco Meneguzzo
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Immigrati accampati in piazza Viktoria ad Atene

Bruxelles, 26 feb – Secondo un motto attribuito allo scrittore Robert Louis Stevenson, “tutti, prima o poi, siedono a un banchetto di conseguenze: questo banchetto potrebbe oggi essere apparecchiato per l’Unione Europea. Una sveglia particolarmente squillante l’ha suonata appena due giorni fa il primo ministro norvegese (fuori dalla Ue ma dentro Schengen), Erna Solberg, che ha dichiarato di essere pronta a qualsiasi azione unilaterale per difendere il suo paese, come la chiusura delle frontiere, nel caso – non remoto secondo lei – di collasso della Svezia sotto il peso dell’ultima ondata immigratoria forte di oltre 160mila ingressi negli ultimi 12 mesi.

A stretto giro, il commissario europeo all’immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, ha avvertito che l’Unione ha appena 10 giorni di tempo per mettere in pratica un piano che fornisca “risultati chiari e tangibili sul terreno”, altrimenti “l’intero sistema [della Ue e di Schengen] cadrà completamente a pezzi”. Avramopoulos ha aggiunto che una crisi umanitaria in Grecia e nei Balcani è “molto prossima”, e misure unilaterali di un paese o di un gruppo di paesi peggiorano soltanto il problema e “i primi effetti e impatti negativi sono già visibili”, evidentemente riferendosi alle migliaia di immigrati che stazionano in Grecia – in campi improvvisati, nelle piazze della capitale e perfino su autobus, intrappolati dalla sostanziale chiusura della frontiera macedone. Un vertice dei responsabili della sicurezza di Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia, tenuto la scorsa settimana a Zagabria, ha infatti stabilito un radicale contingentamento degli ingressi alle frontiere meridionali – in Macedonia, appunto – di quel gruppo di Stati.

Da parte sua, il governo greco ha richiamato ieri il proprio ambasciatore a Vienna per consultazioni: “Iniziative unilaterali per risolvere la crisi dei rifugiati, così come le violazioni della legge internazionale e dell’acquisito comunitario da parte di Stati membri dell’Ue, sono pratiche che possono minare le fondamenta e il processo di integrazione europea”, si legge sul sito del ministero greco degli esteri, dopo che Atene aveva già protestato formalmente nei giorni scorsi contro la decisione austriaca di convocare a Vienna un summit con diversi paesi balcanici per concordare misure comuni sui flussi dei profughi, senza invitare la Grecia. Tra queste misure, la decisione austriaca di non ammettere nel paese più di 80 richiedenti asilo al giorno. Intanto, il 7 marzo prossimo alti ufficiali dell’Unione incontreranno omologhi turchi ad Ankara per tentare di convincere Erdogan a limitare il flusso di richiedenti asilo, dopo che i piani precedenti sono miseramente falliti e lo stesso sultano avrebbe minacciato di “mettere i migranti sugli autobus” per spedirli in massa in Grecia e Bulgaria, in quello che appare semplicemente un ricatto di fronte all’inazione europea rispetto all’intervento russo–iraniano in Siria (nonché per spillare più soldi possibile). Sullo sfondo, i muri costruiti dall’Ungheria alle proprie frontiere, e il referendum lanciato nello stesso paese contro il sistema proposto dalla Ue di ripartizione degli immigrati, esempio che potrebbe essere seguito da altri Stati. Una situazione da ultima spiaggia, ben rappresentata dal ministro degli esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn: “Le prospettive sono cupe… Non abbiamo più alcuna politica [comune]. Stiamo scivolando verso l’anarchia”, con riferimento alla perdita di controllo di Bruxelles sulle politiche dei singoli paesi.

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Sorpresa ma non troppo, però, il naufragio dell’Europa si chiama anche “Italia”. Se Grecia, Portogallo e Irlanda possono essere considerati quasi soltanto dei test di fallimento, la traiettoria di quella che è tuttora l’ottava economia del mondo pone invece un problema enormemente più grande, di fronte al quale potrebbe perfino essere vista se non favorevolmente almeno con rassegnazione la fine dell’Unione. La trappola economica in cui si dibatte il nostro paese è infatti costruita su più pilastri interconnessi e tutti pesantemente negativi anche in rapporto a quelli dei partner e competitori più vicini, come Francia e Germania. La stagnazione del prodotto interno lordo, la fine dell’espansione degli asset bancari, la crescita esplosiva dei crediti bancari in sofferenza (oltre 200 miliardi di euro ma, secondo stime non ufficiali, addirittura 350), la corsa irrefrenabile della spesa pubblica e di conseguenza l’impennata del debito, la sensibilità dei cui interessi ad aumenti anche marginali dei tassi (o dello spread) segue di pari passo, e il crollo degli investimenti sia pubblici che privati, con conseguente abbattimento della produttività del lavoro, a meno di improbabili inversioni di tendenza, sembrano disegnare una strada sicura verso il default del paese, cui l’edificio comunitario non potrebbe sopravvivere un giorno di più.

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Sullo sfondo, una demografia da incubo che viene da lontano ma i cui effetti sono stati soltanto peggiorati dalle politiche immigratorie nel segno dell’accoglienza indiscriminata condotte dal governo più tragicamente comico e inetto che la storia patria ricordi, che lascia in eredità un drammatico scontro generazionale virtualmente insolubile, dal momento che il trascinamento verso l’alto della spesa pubblica – il 40% della spesa sociale è destinata agli anziani contro il 2% per i giovani, con il 45% del bilancio statale riservato a pensioni e sanità – è garantito dal peso preponderante del voto degli over-65, e più ancora includendo gli ultra-cinquantenni prossimi alla pensione. Finché dura, ovviamente, e la sensazione è che la relativa festa stia per finire, riassegnando sulle spalle dei giovani disoccupati, sotto-occupati e rassegnati il peso ormai insostenibile dell’assistenza agli anziani. Ad aggravare, il pozzo delle risorse nazionali è stato oltre che svuotato anche debitamente avvelenato dalla svendita di innumerevoli asset pubblici strategici, tanto che eventuali futuri governi si troveranno a partire privi delle leve necessarie per un rilancio rapido ed efficace della Nazione. Quale paese europeo vorrebbe o potrebbe farsi carico di un disastro di tali proporzioni?

Francesco Meneguzzo

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