Milano, 24 giu – Ieri a Milano, l’Ugl ha ricordato le morti bianche del 2017 collocando 1.029 sagome di cartone in Piazza Duomo. “Lavorare per vivere” è stato questo il titolo dell’iniziativa che ha posto all’attenzione di tutti il tragico fenomeno delle morti sul lavoro. Per qualcuno potrebbe sembrare un tema di altri tempi, ma, in realtà, si tratta di vicende tremendamente attuali. Come ricorda Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl: “Nei primi 4 mesi del 2018, si sono registrati 286 decessi. Un dato tristemente impressionante a cui non ci dobbiamo abituare”.
Se confrontiamo questi numeri con quelli degli anni precedenti la situazione si fa ancora più drammatica. Vediamo perché. In occasione della XV edizione della Giornata Mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro del 28 aprile, la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha analizzato gli infortuni che compromettono la capacità lavorativa della vittima, soffermandosi in particolare su quelli con danno biologico superiore al 15%, che comportano un’inabilità permanente. Ebbene da questa ricerca non emergono dati incoraggianti: “Sono 4.894 i lavoratori che nel 2016 sono stati vittime di infortuni che hanno compromesso gravemente il loro stato di salute contro i 5.675 del 2015. Si continua, poi, a morire sul posto di lavoro: si è passati, infatti, dai 973 casi del 2015 agli 842 del 2016”. “Se le oltre 800 morti bianche rappresentano un dato allarmante in un Paese che più di dieci anni fa ha introdotto una serie di norme a tutela dei lavoratori”, ha affermato Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, “non lo è da meno quello delle 4.900 vittime di infortuni invalidanti, per i quali viene a mancare la possibilità di esercitare il diritto-dovere al lavoro sancito dalla Costituzione Italiana. Un danno sociale enorme, particolarmente accentuato al Sud dove la sicurezza sul lavoro rappresenta una sfida da vincere per la tutela dei lavoratori”.
Alla luce di quanto detto, è necessario trovare una strategia per tutelare le maestranze. Secondo l’Ugl: “Sono necessari più controlli e meno burocrazia per incentivare le aziende a investire nella sicurezza sul lavoro. In tal senso è necessaria una stretta collaborazione tra le istituzioni, le aziende e i lavoratori. È una battaglia che continueremo affinché tutti comprendano che è inaccettabile ammalarsi o morire sul lavoro nell’era dell’innovazione digitale”.
Lo sviluppo tecnologico oggi riesce a monitorare in maniera assai invasiva il lavoratore. Si pensi alla vicenda ben nota dei braccialetti elettronici per i dipendenti di Amazon. Per non parlare poi dei cosiddetti riders: ossia i fattorini che consegnano i pasti a domicilio. Basta un’applicazione sul proprio smartphone per monitorarne il tragitto. Come se al posto di una pizza e un fritto misto ci fosse una valigetta di uranio. Non scarseggiano né regole né gli strumenti. La sicurezza, però, non è solo una questione di caschi di protezione, essa passa dal superamento della logica dell’homo oeconomicus.
Solo se ci liberiamo da questi schemi, possiamo ripensare il lavoro come dovere sociale meritevole per questo di tutela da parte dello stato.
Salvatore Recupero

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