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Roma, 21 lug – A forza di ripeterci una banalità, vera ma, appunto, banale, abbiamo perso di vista le verità più interessanti. La banalità è che oggi la mafia indossa spesso e volentieri il doppiopetto. È fatta, cioè, di avvocati, commercialisti, faccendieri, imprenditori che poco hanno a che fare con le pistole e molto con soldi, assegni, conti bancari, fatture, appalti. La mafia è anche questo. Ma non solo. Perché questi signori in giacca e cravatta sono alle dipendenze di quegli stessi vecchietti siciliani all’apparenza inoffensivi, chiusi nelle loro ritualità arcaiche, che nella storia d’Italia hanno fatto qualcosa come 5000 omicidi, che fino a qualche anno fa non si facevano troppi problemi nel far saltare in aria un pezzo di autostrada o un quartiere della quinta città italiana, o magari nello sciogliere i bambini nell’acido. La situazione non cambia molto se ci spostiamo dalla Sicilia alla Calabria o alla Campania, tanto per restare alle terre in cui sono nate le associazioni di tipo mafioso storicamente attestate nella Penisola.



Certo, lo stereotipo della coppola e della lupara è datato. Ma la mafia resta una cosa ben precisa, basata su strutture familistiche e gerarchiche, su affiliazioni e ruoli ben precisi, su meccanismi culturali ancestrali, su un’infiltrazione nel tessuto politico e produttivo del territorio che è totale e totalizzante. Aver voluto confondere ciò che è successo a Roma negli ultimi 20 anni con quella roba lì ha determinato il pasticcio chiamato “Mafia Capitale”. L’ennesima occasione persa per cambiare un sistema in modo strutturale. L’inchiesta romana ha portato alla luce un sistema criminale che ha il suo perno nel sistema delle cooperative rosse e, in misura minore, bianche. Un sistema in stretto contatto con il mondo criminale, “in basso”, e con quello politico, “in alto”. Ma il cuore era quello, la piovra “equa e solidale” su cui si basa il potere storico delle sinistre in Italia. Un vero e proprio cancro che andava cancellato dall’Italia. Ognuno può ben vedere come, in realtà, il potere delle cooperative, a volte persino delle stesse organizzazioni coinvolte nell’inchiesta romana, resti intatto, come se nulla fosse successo.

Ciò è dovuto anche alla pervicacia con cui la procura di Roma, spalleggiata dai “mafiocapitalari”, i giornalisti che hanno cercato di diventare i Saviano della suburra, ha portato avanti il teorema della nuova mafia autoctona. E meno male che la “fasciomafia”, come era stata definita all’inizio, si è presto dissolta di fronte all’evidenza della collusione di vasti settori del Pd e delle coop rosse. Parlare di mafia è servito per avere più poteri investigativi e per imporre una narrazione, rilanciata dai cronisti di cui sopra. In Italia la giustizia funziona così, in stretta complicità con i media. Se fai un’inchiesta e nessuno ne parla, è come se non l’avessi fatta. Puntare tutto sulla parola “mafia”, ha fatto sì che il processo e il modo di raccontarlo fossero falsati subito, sin dall’inizio. Ovviamente il teorema non poteva reggere fino alla sentenza. Ma, una volta avviato il meccanismo, non si poteva neanche far finta di nulla: alla fine ne sono uscite delle condanne sbilenche, con pene abnormi rispetto ai reati contestati. Ma, al di là del punto di vista penale, ciò che colpisce è soprattutto l’impossibilità di avviare quel processo politico che sarebbe stato necessario far partire, a destra come a sinistra. Davvero un bel risultato politico.

Adriano Scianca



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