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Roma, 13 set – Se non è in grado di garantire nella manovra i fondi per far partire il reddito di cittadinanza già a maggio 2019, il Movimento 5 Stelle chiederà le dimissioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il messaggio arriva ufficiosamente da diverse fonti qualificate pentastellate ed è in linea con le parole pronunciate in diretta tv martedì sera dal vicepremier Luigi Di Maio sul “grave problema” che si aprirebbe nel governo qualora ci fosse un freno alla misura-simbolo della campagna elettorale dei 5 Stelle.
Intanto, le speculazioni finanziarie, come sempre, sono dietro l’angolo e i mercati reagiscono immediatamente: lo spread, che le rassicurazioni di Tria avevano fatto calare, torna a salire a 254 punti. Secondo i rumors, il ministro del Tesoro, assai irritato, avrebbe chiamato il premier Giuseppe Conte e Di Maio. “Avanti determinati sul reddito, ma nessuna richiesta di dimissioni di nessuno”, smentisce poi il vicepremier. Ma dal M5S precisano: almeno per ora.
La posizione dei 5 Stelle verso Tria vale anche per l’alleato di governo. La freddezza verso il reddito di cittadinanza da parte dei leghisti viene infatti letta dai pentastellati come un tentativo di frenare l’avvio dell’assegno – 780 euro a cinque milioni di poveri – il prossimo anno, per spuntare le armi M5S nella campagna elettorale per le europee. Anche la Lega rinuncerebbe a far partire subito la flat tax (se non per partite Iva e piccole aziende) ma punta sull’introduzione di quota 100 (a partire dai 62 anni di età) per le pensioni.
La manovra, quindi, rischia di spaccare il governo giallo-verde.
Il M5S chiede dieci miliardi per far partire centri per l’impiego e pensione di cittadinanza da gennaio, poi da maggio (ma attenzione, per le europee si vota il 25) dare il via all’erogazione del reddito: il costo – secondo i calcoli dei pentastellati – sarebbe di 5-6 miliardi per gli otto mesi del 2019. Ma tenendo il deficit all’1,6% – è questa l’intenzione di Tria, in linea con i dettami Ue – per le misure M5S-Lega ci sarebbero 10 miliardi in tutto, da ripartire in parti uguali. E fonti leghiste confermano che nel vertice di maggioranza della prima settimana di settembre proprio così si era deciso. Ma ora, nella trattativa con Mef e Lega in vista della manovra, il M5S alza la posta.
Ecco spiegata la reazione di Tria, che davvero – al di là delle minacce grilline – potrebbe lasciare il suo incarico. Anche perché lui è l’uomo che tiene a bada i mercati, come ha fatto presente nel weekend da Cernobbio: “E’ inutile cercare due o tre miliardi nel bilancio dello Stato per finanziare le riforme, se ne perdiamo tre o quattro sui mercati finanziari a causa del rialzo dello spread“, ha avvertito. Ma Di Maio ribadisce: “Il reddito lo facciamo. Assicurandoci di tenere i conti in ordine, ma lo facciamo“.
Anche la Lega, dal canto suo, nonostante i toni più morbidi, intende portare a casa il risultato (e accontentare gli elettori). “Nessun assedio”, assicura oggi il presidente della commissione Finanze del Senato, il leghista Alberto Bagnai, “Lega e M5S stanno cooperando con Tria e troveremo un punto di equilibrio. Si parla di assalto al ministro di due fazioni, invece i due partiti di maggioranza stanno lavorando con il ministro. Siamo fiduciosi che Tria troverà le risorse necessarie“.
Il messaggio è chiaro: al di là delle chiacchiere, il Tesoro deve trovare i soldi. Il 27 settembre (salvo colpi di scena), quando scadranno i termini per la presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, scopriremo chi l’avrà spuntata.
Adolfo Spezzaferro

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