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Roma, 11 dic – C’era una volta un regno incantato. Anzi, no, non era un regno, era una repubblica. Anzi, si chiamava proprio così: Repubblica. Questo mondo favoloso aveva un impero nemico: Nazitalia. Repubblica e Nazitalia condividevano però lo stesso territorio, l’Italia, il che rendeva la situazione un po’ complicata. A quei tempi, infatti, “il fascismo era un pericolo per un italiano su due”. Ne erano convinti, a Repubblica, tant’è che lo scrivevano anche nel giornale unico, che si chiamava proprio così, Repubblica. O, meglio, lo scrivevano nel titolo, perché poi all’interno del giornale non c’era traccia di questa metà degli italiani che si sente in pericolo per via del fascismo. Si trattava, insomma, di quella che all’epoca veniva definita una “fake news”, anche se oggi preferiamo chiamarle “cazzate”.

Ma non importava, perché tanto era sempre Repubblica a stabilire quali erano o non erano fake news. E poi le fake news, si sapeva bene, all’epoca, venivano dai russi, e in questa storia non c’era l’ombra di un russo neanche a pagarlo oro. L’idea che “il fascismo è un pericolo per un italiano su due”, tuttavia, svolgeva perfettamente la sua funzione: significava che in Italia gli antifascisti erano tanti, tantissimi, almeno la metà degli italiani. Ma, allo stesso tempo, significava che Nazitalia era composta da tanti, tantissimi altri italiani: l’altra metà esatta. Una divisione così precisa funzionava alla perfezione, perché teneva insieme l’allarme le malefiche trame di Nazitalia ma allo stesso tempo testimoniava che l’antifascismo era vivo e vegeto, cuore pulsante dell’Italia migliore. Del resto, in quel periodo, Nazitalia stava mostrando chiari segni di eversione: un giorno una decina di tizi aveva letto un volantino, qualche giorno dopo un’altra decina aveva acceso dei fumogeni. Non più di 25 persone in tutto. La misura era colma, bisognava reagire.

Alcuni membri particolarmente esagitati dell’antifascismo presero la via più breve, mettendo bombe davanti alle caserme dei carabinieri, che del resto Repubblica, qualche giorno prima, aveva definito nazisti, portando una prova inoppugnabile: una bandiera non nazista affissa in una caserma. Ad ogni modo, il capo della polizia antifascista si sbrigò a chiarire che una bomba non era certo grave come un fumogeno. Per cantarle forte e chiaro a quegli eversivi di Nazitalia, Repubblica organizzò una manifestazione a Como, in cui sarebbe dovuto confluire almeno un italiano su due. “Siamo diecimila”, esultarono alla fine gli organizzatori, ma forse si erano confusi con le sigle che avevano aderito. Quanti scesero in piazza a Como non si seppe mai, perché le foto pubblicate sul giornale unico erano, stranamente, tutti primi piani o scatti in campo molto stretto che immortalavano poche centinaia di persone. Ma nessuno fece domande, nessuno fece inchieste, nessuno calcolò la planimetria della piazza, tutti presero per buoni i diecimila partecipanti, perché fare domande, all’epoca, era considerato un attentato alla libertà d’informazione.

Intanto i commercianti di Como, quel sabato, non fecero un euro, ed era uno dei fine settimana più importanti per il commercio cittadino, ma di questo non importò a nessuno, perché i soldi non erano un’emergenza, non c’era crisi e non c’erano problemi, se non uno, ovvero quel fascismo che era un pericolo per un italiano su due. E gli italiani pensavano solo a questo, si preoccupavano solo di questo, non ci dormivano la notte, il ritorno del fascismo era una vera e propria ossessione, per gli italiani, anche se non sembrava, guardando le foto di Como, anche se non sembrava, girando per le strade e parlando con la gente, ma doveva essere così, perché Repubblica ne sembrava tanto sicura. E Repubblica non pubblica mica fake news. Che poi sono quelle che noi oggi chiamiamo, molto semplicemente, cazzate.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Le solite “truppe” partigiane ed ipocrite che fanno da sempre due pesi e due misure. Di cosa ci dovremmo stupire? Questi si prendono maledettamente sul serio..e noi li prendiamo benevolmente (?) per il culo.

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